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Scoprendo Teheran. Giuseppe Barilaro ci parla dei risultati della sua residenza in Iran

di - 2 Aprile 2019
Giuseppe Barilaro (Catanzaro, 1988) si dedica all’esplorazione della materia e delle sue possibilità, prediligendo forme e composizioni essenziali, quasi arcaiche, che rievocano la fermezza tipica delle icone. Si concentra principalmente su opere pittoriche realizzate mediante la combustione su compensato. La materia viene lacerata dalla fiamma, la superficie del dipinto – costituita da pigmenti, olio e acrilico – viene graffiata facendone riaffiorare l’interno. Le linee diventano segni ruvidi che caricano la rappresentazione di drammaticità. Attualmente, Barilaro è in residenza a Teheran, occasione per la quale gli abbiamo rivolto qualche domanda.
Qual è il tuo primo bilancio dell’esperienza a Teheran, giunto a metà del periodo di residenza presso la Sareban Art Gallery?
«Decisamente positivo. Qui a Teheran il mio sguardo si posa su tutto: i posti, le strade, la gente e ogni aspetto della vita diventa elemento di discussione e ricerca, e prodromo per la mia pittura».
Traspaiono già influenze della cultura locale nei lavori che hai realizzato in Iran?
«È innegabile che l’aspetto architettonico della città traspaia con prepotenza nella mia pittura: piccole nicchie pronte a custodire singoli oggetti attribuendo loro un aspetto sacro, archi, curve, portali di cemento e moschee. Anche i dialoghi tra le persone – incomprensibili al mio udito – da parola tramutano in segno, divenendo così il preludio dei tratti pittorici con cui li traspongo su tela».
La stampa Petali di rosa prodotta a Teheran fa eco, nell’immagine proposta, alla storia di Nasrin Sotoudeh: puoi descriverci questa tua opera?
«La stampa Petali di rosa e la scultura L’olocausto del tempo, prodotte qui a Teheran, devono essere uno spunto di riflessione. L’arte deve occuparsi di ciò che accade nel contesto che la circonda. Petali di rosa parla, quindi, non solo di Nasrin, ispirazione diretta del lavoro, ma anche di tutti coloro che si trovano a patire situazioni simili. In Olocausto del Tempo ho deciso di interdire lo sguardo per impedire la vista della verità, reinterpretando lo scambio tra l’ambasciatore nazista Otto Abetz e Picasso: chiese il primo: “Avete fatto voi questo orrore, Maestro?”, rispose il secondo: “No, è opera vostra”».
Colgo l’occasione per ringraziare la SADEL di Salvatore Baffa che ha contribuito al progetto, seguendolo fin dall’inizio. (Maria Chiara Wang)

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