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Sfamarsi di pensiero, a mezzanotte. Silvia Costa ci racconta la sua performance per Xing

di - 6 Dicembre 2018
Continua a Bologna la programmazione di Xing che venerdì, 7 dicembre, alle 24, presenta a Raum la performance Midnight Snack. Il lavoro di Silvia Costa e Claudio Rocchetti, prodotto da Xing, è ispirato alla figura della poetessa, organista ed etnomusicologa Amelia Rosselli. Una performance notturna, un’intensificazione di azioni e trame che si accendono quando tutto intorno tace e dovrebbe riposare, che Silvia Costa ci ha raccontato in un’intervista.
In Midnight Snack parli di un’affamata pulsione adolescenziale che si nutre saccheggiando selvaggiamente la cattedrale poetica eretta da Amelia Rosselli, in che modo hai approcciato i versi e la figura di questa artista?
«Lavorare su Amelia Rosselli è stata la scoperta di un universo, di un sistema di pensiero che si serve della creazione poetica per sopravvivere. Il suo modo di tenersi in vita, di sfamarsi. Da subito questa urgenza di trasformazione del reale in versi mi ha colpita per l’estrema radicalità e originalità. Quando ho iniziato a lavorare sulle sue poesie non potevo prescindere dal modo particolare con cui la Rosselli stessa dava voce e corpo alle sue poesie, rendendole di difficile appropriazione. Per questo l’unico modo possibile per lavorarci era un atto furtivo, un saccheggio. Un’ appropriazione illecita della sua poesia. Insieme a Claudio Rocchetti, con cui condivido questa creazione, abbiamo infine deciso di concentrarci sul lato paranoide della Rosselli, sulla sua allucinazione rispetto all’essere ascoltata, seguita, drogata, decidendo di creare un precario ambiente casalingo, una sorta di barricata».
Facendo riferimento al titolo: perché proprio la notte?
«Avevo in mente quello stato di risveglio notturno, di frebbricitante insonnia in cui ti ritrovi a vagare per la casa buia, sveglio e dormiente allo stesso tempo. Vorrei ci fosse una stanchezza nello spettatore che entrerà a Raum. Che questo lavoro sia l’ultima immagine che si porterà a letto».
Pavese, De Amicis, Renard, oltre che la stessa Rosselli, sono stati punto di partenza per alcuni dei tuoi lavori, come entri in relazione con la materia letteraria nel momento di trasporla sulla scena?
«Tradendola e dimenticandola. La scena non è il luogo della letteratura, c’è dunque bisogno ogni volta di farsi assorbire dall’atmosfera inventata da un autore. Trasformare la sua scrittura in una struttura, uno scheletro a cui poter attaccare nuovi muscoli, nuova carne. Nella rosa di autori su cui finora ho lavorato c’è chi è semi-sconosciuto, o oramai dimenticato; c’è chi è stato messo al bando, o chi ha scritto opere che non sono state comprese. In questo essere messi da parte trovo che ci sia nascosto sempre qualcosa di rivelatorio rispetto al nostro mondo o alla nostra cultura. Questi autori sono per me come porte. Le loro parole sono epifanie, micce che accendono falò immagini».
La musica e l’arte visiva sono due elementi molto presenti nella tua ricerca artistica. Che dialogo instaurano con il corpo?
«Nel mio lavoro ho sempre bisogno di limiti. Il primo limite è quello del titolo e del tema su sui ho scelto di lavorare. E poi ci sono i limiti concreti che mi dò costruendo uno spazio, un ambiente. Creando un costume che mi trasforma e riempiendo l’aria di un suono. Questi elementi decidono come si muoverà il corpo e lavorano come agenti patogeni su di esso. Lo infettano, sono i responsabili della sua condizione».
Se potessi dirmi una parola per descrivere il tuo lavoro, quale sarebbe?
«Nonsoseposso».
Un libro che ti ha segnato?
«La fortezza vuota di Bruno Bettelheim».
Se potessi scegliere un personaggio (della storia, dell’arte, della letteratura…) da invitare a cena, chi inviteresti?
«Marcel Duchamp». (Paola Granato)

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