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Steve McQueen insiste con il cinema. Nelle sale “Shame”, seconda prova dietro la macchina da presa del video-artista inglese

di - 17 Gennaio 2012
Non stiamo parlando dell’attore, ma del vincitore del Turner Prize nel 1999, protagonista del Padiglione Britannico alla Biennale di Venezia del 2009: uno degli artisti più forti della scena inglese, che con il McQueen omonimo non ha alcun rapporto di parentela. Ma il cinema li lega. McQueen ha esordito nel 2008 nella regia con “Hunger”, in concorso al Festival del Cinema di Cannes e premiato con il riconoscimento “Caméra d’Or” come opera prima.
In questi giorni è uscito “Shame” pellicola che probabilmente consacrerà l’artista nell’olimpo del cinema. La storia è scandalosa, parla di “Sex addiction”, condizione di dipendenza dal sesso che impedisce a Brandon, alias Michael Fassbender, di vivere una normale relazione sentimentale. Il suo già precario equilibro mentale rischia di spezzarsi quando Sissy, sua sorella minore e discretamente insicura interpretata da Carey Mulligan, decide di stabilirsi nel suo appartamento. I critici di tutto il mondo hanno già inquadrato come molto definita l’impronta di McQueen, classe 1969. Lunghi piani sequenza (stranianti quelli di “Giardini”, che trasformavano i padiglioni della Biennale in cupe no man’s land) e una incisiva rappresentazione claustrofobica degli ambienti – in «Hunger» era la prigione, qui l’appartamento di Brandon – circondano il protagonista in una spirale di vergogna. Non ancora insignita di premi importanti, seppure giustamente in odore di nomination agli Oscar come attrice non protagonista, Carey Mulligan. Manca solo la comunicazione delle sale e l’ora di proiezione per godersi il film. (m.b.)

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