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Storie raccolte dal tempo. Valeria Laureano porta Apice ai Magazzini Fotografici di Napoli

di - 22 Luglio 2018
Foto ritrovate e borghi fantasma spesso catturano in modo romantico o inquieto il lavoro di tanti artisti, fotografi, registi e scrittori. I mondi evocati sono molteplici, influenzati dalla personalità di chi raccoglie questa eredità frammentaria e ne cattura una prospettiva in cui proietta un particolare aspetto della propria sensibilità e ricerca. Ciò è successo anche a Valeria Laureano, quando si è imbattuta nel Comune del Sannio, Apice, evacuato a causa del terremoto del 1962 e poi completamente distrutto e abbandonato a seguito di quello del 1980.
A differenza di altri luoghi da lei visitati, dove regnava un senso di sospensione e stasi, l’autrice è rimasta colpita dalla sensazione di vita ancora presente. Questa umanità le si è pienamente rivelata quando, nel retro di un negozio di bare, ha scoperto l’archivio di uno studio fotografico. Sviluppati i primi negativi, Laureano ha notato la forza dei volti e delle immagini di queste scene di vita quotidiana, iniziando così il suo viaggio, un percorso durato quattro anni in cui ha alternato scansioni, sopralluoghi, e ha scattato foto di Apice vecchia, luoghi, oggetti, paesaggi. Alcuni dei negativi da lei prodotti sono stati sepolti nella sua tenuta di campagna per farli ammuffire, una sorta di passaggio di tempo o un contatto con l’abbandono, un processo necessario per renderli parte della storia. Uscire da Apice per rientrarci.
Nel frattempo, la fotografa ha familiarizzato con i volti di quegli abitanti, con le loro vite, e ha iniziato a immaginare delle storie. Il risultato ottenuto è un’operazione artistica che ha lo scopo di restituire, con favolistica delicatezza, l’identità a luoghi e persone, accompagnando con gentilezza in un mondo perduto attraverso un percorso fotografico in cui passato e presente si combinano. L’opera dell’artista non prende il sopravvento ma viene umilmente messa a servizio del racconto che si sta ricreando, lo fonde con il materiale ritrovato, mettendo alla prova l’occhio dello spettatore che deve rimanere attento per rintracciarlo.
Grazie all’aiuto della curatrice Roberta Fuorvia, gli spazi dei Magazzini Fotografici, a Napoli, diretti da Yvonne De Rosa, trasportano all’interno della vita di questo piccolo borgo e delle sue abitudini. Le pareti laterali della sala fanno da quinta in maniera speculare: sono occupati dai mosaici di fotografie che raccontano dieci storie divise e spezzate in linea di cinque. Il lavoro viene strutturato in modo che i pannelli possano avere sia una lettura globale che lineare. Nella veduta orizzontale ogni fila comincia con un volto che diventa protagonista, in quella verticale alcuni momenti sono più leggibili, altri sono pezzi, esperienze, connessioni. Infine, la parete centrale è considerata una vera e propria installazione: molte immagini del mosaico vengono riprese come sculture o negativi per dare la forma di ciclicità e continuo. I materiali utilizzati sono di varia natura, resina supporti metallici, stampe. Uno schermo riproduce in sequenza dei volti, con un audio di voci che si sovrappongono, un piccolo scorcio delle atmosfere di Apice. (Michela Sellitto)

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