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Strategie virtuali, social e comunicazione dell’arte: ecco i risultati di “Digital Think-in”, il convegno ibrido, e molto speciale, del MAXXI

di - 5 Novembre 2015

L’attenzione era tanta ed è stata ripagata. Digital Think-In è stato un ibrido tra un convegno, un workshop e un’occasione per fare il punto: tecnologie digitali, social engagement e quindi come usarle, come trarne pubblico, sostenibilità e dunque profitto? Queste sono le domande lanciate a Roma negli spazi dell’Auditorium del MAXXI: questioni che hanno radunato circa 200 esperti tra addetti museali, free lance, blogger, tutti convinti che la visita del museo passa prima dall’anticamera del digitale e poi, semmai, diventa reale. Chi, prima di vedere una mostra non si è collegato sul profilo Twitter o la pagina Facebook per capire, più che semplicemente sbirciare? Da qui alla presenza reale di un visitatore nel museo il passo può essere breve, ma solo se si crea una rete di riferimento intorno al pubblico. Lo ha capito bene Dustin Growick di Museum Hack che coinvolge la platea con un selfie da postare rigorosamente in tempo reale. La scena tecnologica on line è scanzonata, leggera (non superficiale) e a volte provocatoria: autoscatti con scheletri di dinosauri o drammatizzazioni di gruppo di scene di quadri e statue. Questo fa Museum Hack che vuole nient’altro che attirare chi abitualmente non frequenta mostre, parlando al pubblico alla pari. La questione del coinvolgimento è una sfida vinta dalla Francois Pinault Foundation di Venezia, dopo una riflessione sulla quasi totale assenza degli adolescenti nei musei perché percepiti poco “cool”; ed ecco nascere 2013 una app con percorsi e idee scritte, prodotte e divulgate da teen-ager fino ad organizzare contest per giovani rock band negli spazi dei musei della fondzione.

L’immagine è il modo migliore per comunicare a un pubblico che va dai 16 ai 35 anni. Laura Bononcini, responsabile dei rapporti Istituzionali Facebook Italia, spiega come ogni giorno 400 milioni di persone nel mondo usano Instagram con 80 milioni di immagini caricate, una mole che assume dimensioni quantificabili alla “n” potenza se confrontate con il potenziale bagaglio visivo dei luoghi di cultura; oltre alla nascita di fenomeni social, come #empty: fotografare angoli, prospettive in orari inusuali o fuori dall’orario di apertura. Sul ruolo dell’immagine riflette Kati Price portando l’esperienza del Victoria & Albert Museum che si basa sulla presenza di dati, analisi delle criticità, obiettivi e seria attenzione alle risposte del pubblico, «un modello di lavoro a cui bisogna tendere», spiega Prisca Cupellini, responsabile dei progetti digitali del MAXXI e organizzatrice della giornata. E i presenti? Soddisfatti, anche in considerazione  del fatto che l’incontro prevedeva una quota di partecipazione significativa. BAM!Strategie culturali da Bologna e Daniela Bassi del Museo dei Bambini di Roma notano che quella del 4 novembre è stata la prima occasione italiana di confronto su format molto diffusi all’estero, cui fa eco l’osservazione di Cupellini sugli obiettivi della prossima edizione: non solo approfondire nella direzione data, ma puntare sulla sostenibilità della giornata, coinvolgendo i giusti partner privati per sostenere economicamente l’evento.

Nell’ampia scelta e momenti di confronto della giornata, tre sono le considerazioni da fare. La prima, la presenza di una forza lavoro nella ridefinizione delle professioni delle strutture museali nuova ed enormemente competente.

La seconda: la tecnologia e il coinvolgimento digitale sono strumenti utili, ma devono venire dopo il contenuto, nella prospettiva di un museo «editore di se stesso», come notano sia Simona Cardinali, project manager del Gruppo Museo Digitale del MiBACT, che Federico Ferrazza di Wired.

Terzo, trasformare questo contenuto in un approccio e un metodo. E’ il passo da fare secondo Michele Trimarchi, presidente di Tools for Culture: «Duemila anni fa Roma era esattamente come oggi, un caos sonoro e visivo. Il bianco piranesiano è un’idea che è venuta dopo». La funzione culturale del museo parte dalla ridefinizione della sua immagine nel territorio: restituire il vero. (Eleonora Minna)

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