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Surrealismo e conigliette. Così Salvador Dalì divenne autore per Playboy

di - 2 Maggio 2017
Donne bellissime, anzi, da sogno. In questo caso è veramente lecito definirle così, perché a guidare la direzione artistica dello shooting per Playboy, insieme a Pompeo Posar, storico fotografo della rivista fondata da Hugh Hefner nel 1953, è l’artista onirico per antonomasia, Salvador Dalì.
Nel 1973, il maestro del Surrealismo, che dal “suo” movimento fu espulso per contrasti politici con André Breton, soggiornava a Cadaqués, un piccolo paese della Costa Brava, piuttosto isolato e molto pittoresco. Quelle strade tranquille, con le casette bianche affacciate sul mare, furono movimentate dalla presenza del Maestro, effervescente come non mai e all’apice del successo, e delle disinibite Playmate, protagoniste indiscusse della rivista. Sotto il caldo sole catalano, Dalì e Posar diedero il meglio, confrontandosi e contaminando i propri linguaggi, l’uno disegnava, l’altro componeva.
Nella spiccata sensualità delle modelle si insinua una doppia venatura oscura e gioiosa, quell’ambivalenza tutta mitologica dello stile di Dalì. In questi collage che portano alla luce le aree incongrue dell’erotismo, compaiono l’uovo, associato dal Maestro al periodo prenatale, il cigno, animale totemico e presente in molte delle sue opere, una bottiglia di vetro della Coca-Cola, le cui forme sinuose, che già nel progetto originale del 1915 alludevano al corpo femminile, compaiono anche in Poesia d’America, dipinto del 1943. E le fotografie, pubblicate sul numero di dicembre del 1974, sono sorprendenti ancora oggi. È il caso di rispolverare la vostra collezione di Playboy.

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