Categorie: Mostre

Corpo, forma, frattura, trasformazione. Malisa Catalani a Bologna

di - 22 Febbraio 2026

Il corpo classico ha costruito l’idea di eternità. Superfici compatte, proporzioni armoniche, un equilibrio che per secoli ha coinciso con l’ordine stesso del mondo. In UNHUMAN, la personale di Malisa Catalani alla SimonBart Gallery, quella matrice si riattiva come campo di tensione contemporanea. Il bronzo, materiale storicamente legato al monumento e alla memoria, si trasforma in organismo vibrante, superficie sensibile, pelle che trattiene e rilascia energia. Le diciotto sculture in mostra nascono da una genealogia figurativa precisa e la proiettano in una dimensione espansa in cui le anatomie emergono con chiarezza, ma la compattezza classica si apre a fenditure, slittamenti, incisioni che generano nuove traiettorie percettive. La luce si deposita nei tagli, li amplifica, li rende epicentri visivi. Il corpo femminile qui, assume una qualità dinamica, diventa spazio di intensità, soglia, territorio in costante metamorfosi.

Malisa Catalani, UNHUMAN. Installation view, SimonBart Gallery Bologna

In questo movimento prende forma una riflessione che dialoga con il pensiero Post-Human di Roberto Marchesini e di Teresa Macrì che sembra risuonare con precisione all’interno del lavoro di Catalani: «il corpo contemporaneo è ormai una mappa su cui convergono diverse sinestesie e sensibilità pulsionali, è la topografia su cui ibridazioni inorganiche possono innestarsi». È esattamente questa qualità cartografica a emergere in UNHUMAN. Le sculture si configurano come mappe sensibili, come superfici in cui materia organica e metallo si integrano in una relazione fertile, in cui la forma diventa punto di convergenza tra memoria e possibilità. Il post-umano, qui, si manifesta come ampliamento della nozione di identità in cui il soggetto si definisce come campo relazionale, sistema aperto ed energia in trasformazione.

Malisa Catalani, UNHUMAN. Installation view, SimonBart Gallery Bologna

Le figure di Malisa Catalani custodiscono memoria e insieme generano nuovi assetti. Le fratture diventano dispositivi generativi e linee di forza che attivano la forma invece di limitarla. La scelta del bronzo assume un valore emblematico, –storicamente materia associata alla durata e alla celebrazione –, si carica di una vitalità inedita. La solidità si anima di vibrazione, la permanenza si intreccia alla trasformazione e in questo scarto si innesta una potente riflessione sulla tradizione e su come la classicità si trasforma in una forza attuale, pronta a confrontarsi con la complessità del presente. La traiettoria dell’artista, maturata nel confronto con le botteghe artigiane e nello studio dei materiali – dalla ceramica alla resina – si intreccia con l’interesse per il Kintsugi, pratica che valorizza la frattura come elemento di rinascita. In UNHUMAN la cicatrice si afferma come segno generativo, traccia di consapevolezza, elemento strutturale della forma in cui la materia racconta un processo continuo di ridefinizione.

Malisa Catalani

Nel contesto bolognese, città in cui la stratificazione storica dialoga con una vivace ricerca contemporanea, la mostra si impone come intervento di forte intensità teorica e visiva. Catalani intercetta l’eredità classica e la proietta in una dimensione che amplifica la complessità del presente, suggerendo una visione dell’umano come territorio in espansione. UNHUMAN costruisce così un’esperienza che unisce potenza plastica e densità concettuale. Il corpo si offre come mappa, topografia mobile, superficie pronta ad accogliere innesti e trasformazioni. Il bronzo si fa organismo pulsante. L’identità si manifesta come processo vitale e in continua evoluzione e in questa tensione si afferma una nuova idea di presenza, intensa, consapevole e radicalmente contemporanea

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