David Chipperfield ha scelto: per la sua Biennale di Architettura (la tredicesima) il tema è “Common Ground”, che in italiano forse suona ancora meglio: Terreno Comune. Titolo forte, a metà tra la politica e le aspirazioni per un futuro più equo, suggerendo che, almeno nell’architettura e nell’arte, l’idea di condivisione che superi le derive del capitalismo ha la meglio. Novità anche per i Paesi ospiti: entrano il Kosovo, Kuwait e Perù.
Chipperfield è politicamente corretto (nel senso buono), ma anche sofisticato: «Voglio che questa Biennale renda omaggio a una cultura architettonica vitale e interconnessa che si interroghi sui territori condivisi, intellettuali e fisici. Nella selezione dei partecipanti la mia Biennale favorirà la collaborazione e il dialogo, che considero il cuore dell’architettura». Il titolo ‘Common Ground’ allude esplicitamente anche al terreno fra edifici, alle zone cuscinetto all’interno delle città, ad ambienti che dietro le finestre possono diventare ostili. Ma, da bravo britannico pragmatico, il direttore mette le mani avanti rispetto eventuali “vaghezze” alla Gilles Clemernt: «Non voglio smarrire il tema dell’architettura in un pantano di speculazioni sociologiche, psicologiche o artistiche, ma ampliare la comprensione del contributo che l’architettura può dare nella definizione del terreno comune della città». E non a caso a collaborare nella scelta dei progetti ha chiamati altri architetti e non curatori.
Tutto fa pensare, dunque, che quest’anno si vedrà una mostra di architettura asciutta e centrata. Diversa dalle ultime edizioni, pure particolarmente interessanti per la fusione di molti progetti in strutture installative vicine le temperature dell’arte contemporanea. (m.b.)