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The Bronx è un angolo di paradiso. Una mostra svela l’arte all’ombra del “neighborhood” più intrigante e bistrattato di New York

di - 5 Aprile 2012
L’idea che si ha del Bronx non è mai molto lineare, soprattutto per chi non è nato e non conosce alla perfezione le dinamiche della Grande Mela. Di tutta la Grande Mela, non solo di Manhattan. Che in tutti i modi tiene ancora a debita distanza l’idea del quartiere più a nord della città, intriso di negritudine e contraddizioni. Una tra tutte è che non si tratta più dello stesso Bronx a cui ci avevano abituato film come I guerrieri della notte o Fort Apache, The Bronx. Forse una terra di frontiera il quartiere lo è vagamente rimasto, ma più per le sue mancanze, anche architettoniche, che per altro. Eppure è qui che sono nate le forme più irriverenti del graffitismo, è qui che l’ormai diva Sophie Calle tenne una mostra nel 1980, alla Galleria Fashion Moda, e la notte dell’allestimento un gruppo di writer passò in rassegna i muri della galleria taggando (e non c’entra facebook) anche gli scatti dell’artista. Che, perfettamente nella sua filosofia, non se ne curò e anzi, documentò l’evento e inaugurò la mostra con “l’aiuto” prezioso dei giovani arrabbiati dell’ex-ghetto.
Oggi insomma il Bronx nell’immaginario resta un luogo di confine, dove forse ancora, in attesa di un restyling che, siamo sicuri, arriverà anche qui, si respira un po’ di underground. In luoghi che non ti aspetteresti mai. La Grand Concourse, per chi l’ha fatta, forse più che un elegante viale sulla scia dei boulevard francesi è apparsa come una sorta di autostrada in mezzo a un centro abitato eppure, al 1125, si è appena inaugurata (ieri) This Side of Paradise, dove Manon Slome, curatrice del progetto “No Longer Empty”, che si propone di riempire spazi in disuso e di farli vivere attraverso l’arte, ha tirato su una mostra con oltre 30 artisti, di cui moltissimi lavoranti nel distretto. E non è un luogo casuale il 1125 della Grand Concourse. Trattasi della Andrew Freedman House, nata a partire dalla fortuna di Mr. Freedman, costruttore di metropolitane, che voleva  realizzare un ospizio per anziani ex ricchi, decaduti in seguito alla crisi del 1929 ma che meritavano di passare una vecchiaia con gli agi avuti in vita. Costruita nel 1924, con una superficie di 10mila metri quadri su quattro piani che fu, dagli anni ’80, abbandonato a sé stesso come “monumento”.
Oggi è arrivato “No Longer Empty” e la sua attenta curatrice, abituata a lavorare con temi forti, uno su tutti “l’estetica del terrore”, titolo che doveva essere anche quello di una mostra al Chelsea Art Museum che però venne annullata a causa di “divergenze” con la direzione, ma della quale resta un bellissimo catalogo. Allestite nella casa 32 stanze, una per ogni artista, che hanno lavorato sull’idea di reverse che ha attraversato il Bronx nel Novecento, da luogo sofisticato a emblema del degrado e del pericolo.
Ne è nato uno show corale, dove si sono reinterpretati l’hip-hop o si è lavorato sul concetto del rovescio della fortuna. Tra gli artisti anche due italiani: Gian Maria Tosatti e Guido Albi Marini, fotografo napoletano (classe 1955) di base a Miami. Fino al prossimo 5 giugno.

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