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Torino Art Week/18. 52mila visitatori e 3mila collezionisti chiudono la 24esima Artissima

di - 6 Novembre 2017
Per la ventiquattresima edizione di Artissima, la nuova direttrice Ilaria Bonacossa ha puntato sul lavoro di squadra, la collaborazione strategica con le istituzioni torinesi, la sinergia tra pubblico e privato e sull’internazionalismo della sperimentazione di tecniche e linguaggi diversi, per una fiera briosa e soprattutto polifonica. Il filo rosso di Artissima, la fiera italiana di arte contemporanea più attesa dai collezionisti stranieri, per esempio Eskandar e Fatima Maleki, Maja Hoffmann e altri vip, e che quest’anno ha fatto 52mila visitatori, 2mila in più dell’edizione 2016, è l’omaggio all’Arte Povera (manifesto del 1967 firmato Germano Celant, pubblicato su Flash Art e in home page una foto dell’epoca del primo Deposito d’Arte Italiana Presente), di cui ricorrono i cinquant’anni.
All’Oval scegliere non è stato facile, con oltre 2mila opere di 700 artisti, per tutti i gusti e portafogli, con 206 gallerie da 32 Paesi, il 62 per cento delle quali straniere. Tra le new entry il Perù, Canada e Messico. Il tour inizia nella sezione “Present Future”, dove lo stand più affollato è stato quello della galleria di Parigi Gb Agengy. Oltre a “Main Section”, che raccoglie 95 gallerie di cui 46 straniere, “New Entries”, sezione riservata alle gallerie emergenti (quest’anno 13 di cui 8 straniere), “Dialogue”, con 33 gallerie di cui 26 straniere e “Editions & Publishing”, che ospita edizioni e multipli di artisti contemporanei di 10 gallerie e librerie. Su ventimila metri quadrati di esposizione è nuovo anche il progetto di allestimento dello studio Vudafieri-Saverino Partners di Milano, che ha puntato su più aree-oasi tra una sezione e l’altra, dove leggere, riposare e riflettere, e facilitare scambi e relazioni tra critici, collezionisti o neofiti. Nuova anche la piattaforma digitale in costante aggiornamento, una vetrina online e facilmente fruibile che mette in contatto  gallerie e pubblico. Convince tutti, l’elegante sezione dedicata ai Disegni curata da Luis Silva e Joao Mourao, dove si trovano gallerie accattivanti nella loro proposta, con molta attenzione all’allestimento per attirare il pubblico anche nei piccoli angoli, come per esempio quello di Suzanne S.D Themlitz, presentata nella galleria spagnola Angeles Banos, con teche di memoria contenenti oggetti diversi: carte, pitture che divengono un unico grande disegno tridimensionale.
Vicino si trova l’inatteso studio-atelier di Mark Dion, anomalo esploratore, biochimico, archeologo del contemporaneo, ospitata nella galleria del parigino Fabienne Leclerc, e qui l’allestimento comprendente tavole naturali di altri tempi e cassetti pieni di strumenti da lavoro. L’edizione di quest’anno, in generale, presta più attenzione alla cura degli stand, alla relazione tra l’opera e lo spazio, l’artista e il pubblico, come parte integrante dell’opera d’arte: il concept è “aperto”, reticolare per facilitare l’attraversamento da una sezione all’altra.
Questa tendenza è confermata anche da Corrado Levi, artista, docente e curatore torinese, amico di Carlo Mollino e Carol Rama, da cercare nella tradizionale sezione “Back to the Future”, dove nella stand della galleria milanese Ribot si trova un‘installazione architettonica dalla leggerezza poetica sorprendente con quadri trovati ai mercatini, insieme a residui di lavori scomparsi, disegni accennati come appunti su tele bianche, una lente d’ingrandimento puntata su una radio, come a far “vedere” il suono. Emozionano le sue Lenti su quadri (1986-89) vicino a un opera attuale, come la bicicletta appesa, le gomme appoggiate sul pavimento e alcuni disegni recenti.
Nel vicino stand londinese di Richard Saltoun c’è Vivienne Koorland, con grandi tele, che affrontano tematiche impegnative quali la donna e il razzismo, il tutto con poesia e tensione formale. E tra i vari allestimenti spicca un remake del Piper Club di Torino, la discoteca Pop realizzata nel 1967 da Pietro Dossi, dove si esibivano artisti e personaggi dell’epoca antiborghesi.
E l’economia? All’Oval si trovano opere che partono dai 2mila euro per un lavoro minore di un emergente ai 200mila per la scultura di un maestro dell’Arte Povera come Gilberto Zorio, di scena con una scintillante mostra personale al Castello di Rivoli (fino al 18 febbraio).
Convince collezionisti, pubblico, critica e i giovani, lo sguardo sulla creatività contemporanea dal 1994 (anno di nascita di Artissima) ad oggi, esposta in una sorta di laboratorio creativo ispirato al Deposito d’Arte Italiana Presente (DPP 1967-68), creato a Torino da Gian Enzo Sperone.
Il nuovo Deposito è curato da Ilaria Bonacossa e Vittoria Martini, dove 130 opere sono assemblate apparentemente alla rinfusa in un officina di talenti, tipo cooperativa, o luogo alternativo a quelli istituzionali in auge negli anni ‘60, dove si tenevano esposizioni, performances e spettacoli. In questo magazzino-archivio hanno fatto capolino opere di artisti dalla A di Giorgio Andretta Calò alla B di Vanessa Beecroft alla Z di Italo Zuffi. I più anziani sono Maurizio Cattelan e Bruna Esposito (entrambi del 1960), la più giovane è Alice Ronchi, nata nel 1989. In questo magazzino le opere sbucano dalle rastrelliere, le sculture sono appoggiate ai muri, pavimento incluso diventa un dispositivo espositivo dove si racconta l’evoluzione della ricerca dell’arte italiana. Per concludere, tra le opere più fotografate c’è LOOK (2005), scritta pink al neon di Maurizio Nanucci, la “falena” della Galleria Astuni. L’opera più attuale? Ognuno ha la sua, e di sicuro nella Pelle di cedro di Giuseppe Penone da Tucci Russo, c’è la “sindone” dell’emergenza del disastro ambientale che stiamo vivendo. (Jacqueline Ceresoli)

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