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Torino Art Week/5. Il senso dell’effimero per The Others, l’altra fiera all’Ex Ospedale

di - 3 Novembre 2017
Tagliato il traguardo delle sette edizioni, The Others si è ormai affermata come una proposta articolata e alternativa ad Artissima, un’altra metà della Luna, sulla cui superficie trovano spazio le gallerie emergenti, gli artisti sui quali un certo settore del collezionismo potrebbe scommettere, le ricerche che misurano le tendenze più recenti. Per il secondo anno consecutivo, la fiera ha trovato nei reparti in disuso dell’ex Ospedale Regina Maria Adelaide, affacciato sulla sponda carica di foglie gialle del Lungo Dora Firenze, il luogo ideale per ribadire la propria alterità. Scorrendo tra le proposte delle gallerie, scivolando sul linoleum verde di quelli che erano i reparti, è netta la sensazione dell’eterno ritorno dal segno – grafico e di superficie oppure impresso nella materia – al disegno, tanto astratto quanto figurativo, a volte anche fumettistico. L’ospedale trasformato in uno spazio espositivo, è una sorta di eterotopia al quadrato. Ma senza scomodare la filosofia francofona, The Others, che in british risuona più sfumato e allusivo rispetto alla traduzione italiana, si presenta come un susseguirsi di stanze dalle quali, quest’anno, sembra emergere una chiara necessità di bellezza, proprio in quel luogo dove, non molto tempo fa, non poteva che aleggiare la sensazione della caducità.
Un tratto effimero lasciano i ferri e legni in sospensione di Pietro Zucca, che White Noise Gallery porta insieme a Mar Hernandez, Emanuela Laurenti e Francesca Maceroni. Orientati verso il transitorio anche i labirintici percorsi lasciati dalla memoria di 11 formiche, opera del duo Quiet Ensemble, portato da CRAC-Centro Ricerca per le Arti Contemporanee, e la mappatura sonora di Vacuum, realizzata nell’ambito del progetto Polisonum. Buona parte del secondo piano della struttura è dedicato alla nuova sezione Specific, con progetti che rileggono le funzioni degli ambienti. Qui emergono ancora più evidenti i temi di cui sopra, spesso declinati nella fragilità, da quella analitica e virtuale di Macoto Murayama della Frantic Gallery di Tokyo, a quella organica, nelle sottili atmosfere dei polittici di L’orMa-Lorenzo Mariani, proposto dallo Spazio Testoni, di Bologna. Una fragilità che, elevata a valore portante di un intero sistema, compare anche nelle installazioni visivamente più imponenti, come nel preciso e delicato meccanismo ambientale di Andreas Marti e Chloe Cheuk, della Dienstgebaude Art Space di Zurigo, e negli assemblaggi di utensili dalla funzionalità puramente ipotetica, ironici e minacciosi allo stesso tempo, di Martina Brugnara.
In alto: Andreas Marti, We Were Here, 2015, paper, pencil, wire, wireless screwdriver,  Dienstgebaude Art Space Zurigo

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