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Torino, Artissima e oltre/14. Christian Boltanski alla Fondazione Merz con i suoi cavalli di battaglia. E “Dopo”? |

di - 8 Novembre 2015
Christian Boltanski alla Fondazione Merz di Torino presenta un’installazione site-specific, intensa e brechetiana, concepita come un’opera totale, dal titolo emblematico Dopo, a cura di Claudia Gioia. Tempo, vita e morte: sono i temi dell’artista francese intorno alla ineluttabilità del destino e alla  casualità, le parche che scandiscono l’esistenza dell’individuo. Il percorso espositivo si apre con 200 fotografie di volti in bianco nero stampate su tessuto trasparente, di grandi
dimensioni, scelte dal suo vasto archivio personale, concentrate su sguardi e ritratti, e appese al soffitto come i Mobiles di Alexander Calder: oscillano, si muovono, spostano l’aria, ipnotizzano.  Queste anomale “sindoni” in movimento, variano il punto di vista dello spettatore. L’impatto è straniante: grandi occhi scrutano il pubblico ignaro e non si capisce chi guarda cosa, e dove. Sono presenze-assenze diafane e inorganiche che rappresentano una metafora sull’esistenza, il passaggio dalla vita alla morte, che vivono nella memoria. Attenzione alle ombre nello spazio, che sono le protagoniste insieme al moto continuo d’immagini fluttuanti della Fondazione; Entre Temps rappresenta una sequenza d’immagini: il volto di Boltanski (1944), prima giovane, poi adulto e che infine si dissolve in un’ombra nell’archivio della memoria. Incantano le sue silhouette di scheletri e mostri come proiettati sulle pareti, inneggiando a una danza macabra in chiave contemporanea. Nel basement della Fondazione, dove echeggia un rumoroso applauso liberatorio, emanato dal video Clapping Hands composto da un coro di bambini, gli adulti di domani. Chiude la mostra una parata di scatoloni di cartone ricoperti di cellophane, accatastati nello spazio oscurato, illuminati con una luce fioca di lampadine che da lontano a grandi caratteri scrivono sulla parete la parola DOPO. In questo spazio dalle prime Boites de e Vitrines de reference (1969) fino ai lavori recenti, pensiero e altri sensi scavano nella memoria di spezzoni di vita, incontri poi dimenticati e altre connessioni inscenano un film metaforico su un dopo perenne che si rinnova nello sguardo di chi guarda: tutto dipende dalla memoria, la biografia, la quotidianità, il vissuto ricostruisce corto circuiti tra passato e presente, relazioni tra realtà e finzione, che suggeriscono un racconto allusivo sul valore labile della memoria. Occhio allo spazio esterno della Fondazione, perché adagiata in terra c’è anche l’installazione del cileno Afredo Jaar con Che cento fiori sboccino dal cemento, un’opera ispirata alla campagna maoista del 1956, che sostenne la libertà di parola, ingiustamente interrotta. Quest’opera rientra nella mostra diffusa in Italia da nord a sud, L’albero della cuccagna. Il nutrimento dell’arte, curata da Achille Bonito Oliva. (Jacqueline Ceresoli)

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