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Tra plancton e mondi virtuali. Le azioni del caso alla Biennale di Arti Digitali di Parigi

di - 27 Febbraio 2018
Per la II Biennale Internazionale delle Arti Digitali dell’Ile-de-France, frutto della collaborazione fra Nemo, Arcadi, le CENTQUATRE, l’Institut Français, la Ville de Paris e nell’ambito del Tandem Paris-Tokyo, è stata scelta Le 104 come sede dell’esposizione “Les Faits du hasard”, a cura dei commissari Gilles Alvarez e José-Manuel Gonçalvès.
Le 104, prende nome dal civico dello splendido complesso ottocentesco in rue Aubervilliers, originariamente sede delle pompe funebri municipali, restaurato mirabilmente nel 2008. La dimensione e l’articolazione degli spazi consentono una polifunzionalità variabile, nella quale la componente espositiva è contestuale alle cosiddette pratiche spontanee, svolte liberamente da centinaia di persone che, quotidianamente, si alternano. Come dichiara il portoghese Gonçalvès, direttore della struttura, l’obiettivo di “Les Faits du hasard” è «Costruire una mostra di arte contemporanea che attinga a tutte le estetiche, al digitale, al teatro degli oggetti, per giocare sulla varietà delle possibilità e dimostrare che il risultato di un lavoro non è sempre riproducibile» e ancora «il caso è l’opposto di ciò che crediamo sia l’arte digitale, che pensiamo ci porti al controllo di tutto, alla perfezione».
La scelta di una ventina di artisti e delle opere è stata ben motivata per rappresentare l’esplorazione del rapporto uomo/macchina, nel quale il processo tecnologico si misura come dimensione artistica spesso capricciosa e le diverse installazioni testimoniano di complessi passaggi creativi. Le esperienze di immersione sensoriale più coinvolgenti risultano The Machine to Be Another del collettivo internazionale, multidisciplinare BeAnotherLab, che propone un casco per entrare nel corpo di un’altra persona, e Licht, Mehr Licht! (Luce, più luce!, le ultime parole pronunciate da Johann Wolfgang Goethe) del francese Guillaume Marmin che, alla ricerca di un linguaggio comune fra immagine, suono e ritmo del movimento, costruisce l’attraversamento in un buio sonoro di un campo di fasci di luce intermittenti. Da segnalare il percorso fra i monoliti di Ruines, del francese Fabien Léaustic, nel quale abbiamo l’impressione di essere proiettati in un’altra forma di natura. Con colonne verdi di acqua e luce, che da vicino si rivela un velo di alghe, e una coltura di fitoplancton, quest’opera costituisce un ciclo per suscitare la vita come se una scultura potesse essere viva e un artista lavorare con il vivente. Nel gioco delle casualità, nella definizione del prodotto artistico si segnalano anche la coreografia di lumache pixelate aumentate in The Slow Pixel, delle francesi Cyril Leclerc ed Elizabeth Saint-Jalmes, Piano Migrations, dell’inglese Kathy Hinde, un’ingegnosa scatola musicale in cui sul meccanismo di un pianoforte è montato un sistema di ugelli azionati da impulsi elettrici regolati da un video, che producono delicate sonorità. Ricordiamo inoltre, Chijikinkutsu, del nipponico Nelo Akamatsu, termine che richiama proprietà magnetiche terrestri, non percepibili dall’uomo ma che esistono ovunque nel mondo e, in quest’opera, sono fonte di sottilissime sonorità, incrementate da gruppi di leggeri contenitori di vetro.
Un percorso tra forme materiali e prestazioni che, talora confondibile con la visita a un museo della scienza, produce inesauribili e originali stimoli sensoriali ed emozionali. (Giancarlo Ferulano)
In home: Guillaume Marmin, Licht, Mehr Licht ! © Quentin Chevrier
In alto: Elizabeth Saint Jalmes e Cyril Leclerc, Pixel Lent © Quentin Chevrier

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