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Tutto Bologna/15. Lo spazio sacro di Massimo Pastore e Teresa Cervo da Teatri di Vita

di - 4 Febbraio 2019
“Lo Spazio Sacro” è una mistica e fugace esposizione alla Sala Studio di Teatri di Vita, nata dall’incontro dei due artisti napoletani, Massimo Pastore e Teresa Cervo, le cui ambizioni espressive si erano avviluppate già tempo fa, quando la virata silenziosa verso i paesaggi, operata dal fotografo partenopeo, aveva aderito perfettamente alla sospensione quasi ascetica delle opere di Cervo.
Ora, nel pieno di Artefiera, un contenitore ricco e furibondo che, per chi c’è stato, ha l’effetto straniante del negozio di profumi in cui le fragranze si mescolano tra loro, esaltate dall’innaturale caldo esotico dei padiglioni, un’esposizione così meditativa risulta quasi fuori dal coro.
È chiaro che nella querelle in atto tra le centinaia di proposte artistiche che rendono ‘fiero’ di sé un mercato forte e ambizioso, le possibilità espositive sono infinite, per cui non è difficile imbattersi nella delicatezza di un’opera nuova, cauta, mostrata gentilmente ai passanti. Inoltre il sacro è un tema tanto ampio da rendersi, volendo, il piano perfetto su cui montare una voluttuosa monografia dalle inconfutabili ragioni filosofiche. Ma nel caso dei due artisti napoletani, non c’è tratto altisonante né concetto nascosto pronto a farsi beffe del visitatore.
Tutto è quello che si vede. Tutto qui. Nient’altro. Nello specifico, questo tutto sacrale si compone di leggerissime scale in ferro e carta che si calano dall’alto, occupando, con un imprevedibile gioco d’ombre, la Sala Studio di Teatri di Vita, che ha ospitato la mostra in questa tre giorni. E sempre alla stessa leggerezza rimandano i kakemono, rotoli giapponesi che supportano l’immagine fotografica, disegnando in maniera netta i confini dello spazio sacro e quasi formando l’immagine di un altare, di una fonte, di uno spazio in cui si dà ristoro.
Il ritmo di questa esposizione è molto lento, quasi che una volta concepita, sia stata abbandonata a sé stessa. Sono opere che appartengono a qualcun altro. Vi si cammina all’interno come tra i resti, lasciati lì per dimenticanza, di una mostra ormai finita. I visitatori hanno lasciato Bologna, anche gli esperti, i galleristi, gli stagisti, le hostess, gli acquirenti. Qualcuno ha dimenticato qualcosa. (Elvira Buonocore)

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