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Un viaggio di luce. A Palazzo Ducale di Mantova, l’omaggio di Massimo Uberti a Giulio Romano

di - 22 Luglio 2018
Massimo Uberti, tra i più importanti artisti di light art e riconoscibile per un uso peculiare del neon, disegna spazi quale metafora oggettiva, artificiale di un vedere soggettivo, portando in superficie dimensioni che, altrimenti, resterebbero nelle tenebre, per rivelare l’architettura, l’ambiente interno ed esterno, pubblico e privato della città, con un impatto straniante, silente, metafisico. Per il monumentale complesso di Palazzo Ducale, dal 21 luglio al 7 ottobre, in occasione della I Edizione della Biennale Light Art di Mantova, Uberti si presenta con una importante mostra personale, intitolata “Belvedere Omaggio a Giulio Romano”, a cura di Vittorio Erlindo, promossa dal complesso Museale di Palazzo Ducale e finanziata da Eni, comprensiva di quattro opere site specific, da vedere più che da raccontare.
Le sue opere vivono in rapporto al luogo con l’obiettivo di modificare la percezione dello spazio, con linee, tracce e corpi luminosi che emergono dall’oscurità, come epifanie dell’ignoto dalla potenza evocativa. Nel Loggiato progettato da Giulio Romano su commissione dei Gonzaga, Uberti traccia una linea di luce lunga 50 metri, visibile anche dal lato opposto del lago. Nel loggiato affianco, detto di Eleonora, l’artista interviene con tracce di luce più calda, morbida, tracciando percorsi immaginari con una scultura di forma ellittica realizzata con il neon, quale metafora luminosa dell’orbita terrestre, per valorizzare l’aspetto misterioso del cosmo. “Sforzinda”, il suo marchio distintivo, è una scultura luminosa di 27 metri che sovrasta il cortile della Cavallerizza e che sarà visibile dalle rotte dagli aerei in decollo o atterraggio da/verso est, quale omaggio a Giulio Romano e suggerita da un ritratto dell’allievo di Raffaello Sanzio dipinto dall’amico Tiziano Vecellio, ospitato all’interno di Palazzo Te, dove lo si vede nell’atto di tenere tra le mani una mappa identica a Sforzinda, la città ideale disegnata da Filarete nel “Trattato di architettura”. Questo spazio dell’utopia, tracciato con il neon rigorosamente bianco, si pone come medium ideale tra citta del passato e contemporanea, aprendo una riflessione sul valore dell’architettura rinascimentale che poneva al centro dello spazio l’uomo, inventando nuove prospettive in bilico tra utopia e realtà.
Nel cortile della Cavallerizza, dopo le sculture maestose, immanenti, l’artista aggiunge un’opera più intima, “domestica”, ponendo fuori ciò che sta dentro, ovvero lo scrittoio luminoso ispirato a quello di Giulio Romano, con la sedia leggermente scostata. Un’assenza che segna una presenza, dove idealmente l’artista potrebbe apparire da un momento all’altro e lo immaginiamo nell’atto di alzarsi per ammirare la successione scenografica degli spazi interni ed esterni di Palazzo Ducale.
Attraverso le opere di Uberti, l’architettura si mostra sotto la luce delle prospettive plurime, incantevoli, forse come proiezione di un mondo migliore, una speranza condivisa da chi guarda, per dare forma a uno spazio atteso, amato, sognato, di cui farne parte. (Jacqueline Ceresoli)

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