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Una mostra legata a doppio filo e a “Doppio Segno”, da Anna Marra. Parlano Chiara Valentini ed Elena Nonnis

di - 14 Dicembre 2014
Finissage oggi alla Galleria Anna Marra Contemporanea, che partecipa all’iniziativa “Al Ghetto Contemporaneamente”, di cui vi abbiamo raccontato ieri. La galleria ospita Chiara Valentini (Fermo, 1981) e Elena Nonnis (Roma, 1965), due generazioni, due biografie che s’intrecciano in un discorso legato a doppio filo, a cura di Lorenzo Respi. È proprio seguendo questa traccia che le vicende artistiche si legano insieme. Perché se da un lato le femminili anatomie morbide di Valentini si sgonfiano di vigore e plasticità  tipiche della scultura classica, quelle di Nonnis segnano, con ritratti a trama ribaltata pose, gesti, volti anonimi e comparse, tutta una genealogia di figure femminili che hanno anche saputo dire no.
Entrambe le artiste infatti mettono il segno della loro evasione dal prepotere maschile. Senza però rinchiudersi in una dolorosa incisione le ultime opere inaugurano una nuova speranza.
Abbiamo incontrato le artiste in un’intervista a specchio.
Chiara,  per te che sei italiana ma vivi in Grecia  cosa c’è di questo Paese nelle opere in mostra? Gli antichi monumenti sembrano ammorbiditi dai panni e dalla lana delle tue opere. Si può parlare di classicità s/gonfiata?
«Parlerei piuttosto di “anatomie morbide”, ciò che è s/gonfiato nei miei lavori è l’essere umano. Il rimando all’iconografia classica è un pretesto per rendere universale la fragilità della nostra specie, il conflitto essenza/apparenza, corpo/ anima. La volontà era quella di classicizzare gli stati emotivi, la solitudine o il disagio della propria fisicità, e poiché il bagaglio storico oltre a essere una ricchezza è anche un peso, a un certo punto ho sentito il bisogno di “sgonfiarlo” un po’ …»
Elena,  le tue donne sono “cucite” al contrario e senza volto. Perché? E com’è che il volto è sul retro?
«Per molto tempo ho cucito le donne seguendo il disegno con il filo. A un certo punto però mi sono accorta che il lavoro più interessante era il rovescio. Il segno era più sensibile, lasciava tracce sospese, impreviste, c’erano le impurità dei nodi e dei fili che finivano liberi. Allora ho smontato la tela e montata al contrario, mostrando il retro. Da questi “retroritratti”  iniziavano a sparire i volti e l’identità. Sono immagini senza volto perché il dolore impone silenzio. Sono tutte esperienze talmente condivisibili che vanno oltre la singola storia perciò le”Comparse”: una serie di ritratti di donne. Anche se tutte hanno una storia, nessuna di queste è più importante, nessuna protagonista».
Chiara, come nasce l’idea di creare delle opere come queste?
«Da un connubio di elementi: in primis il vissuto e persino la scelta del materiale. Le immagini e naturalmente il pensiero di fondo e la volontà di esprimerlo«.
Elena, perché hai scelto quelle storie invece che altre?
«Ho scelto storie e vite diverse, alcune anonime, altre note, o personali. Franca Viola, la diciassettenne siciliana che nel 1965 rifiuta il matrimonio riparatore, Donatella Colasanti a cui è toccato un destino più crudele, e anche Traecy Emin, una grande artista contemporanea che della violenza subita  ne ha fatto materiale per il suo lavoro, pareggiando così i conti col destino. È questo che mi interessa: la trasformazione, la catarsi».
Cosa ti è piaciuto della proposta di collaborare in una mostra “legata a doppio filo”?
Chiara Valentini: «Credo che confrontare due ricerche sia un’operazione non semplice ma assolutamente costruttiva. I nostri lavori se pur diversi si incontrano in parecchi punti, molte cose ci accomunano, scoprirle e valutarle è stata una piacevole sorpresa».
Elena Nonnis: «Trovare delle convergenze nelle divergenze. Alla fine il cucito, o le affinità tecniche con il lavoro di Chiara, sono le cose meno interessanti; mi interessa invece la diversa visione riconducibile però a tematiche affini, per cui ho scoperto che se per Chiara il mito è Venere, per me è Franca, che le sue tre grazie hanno trovato nel mio lavoro l’incarnazione nelle figure  di Franca, Donatella e Tracey. Miti muti che condividono lo spazio e il tempo». (Anna de Fazio Siciliano)

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