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Una vita da camallo. Il porto di Genova negli scatti di Lisetta Carmi e Danilo Correale

di - 27 Giugno 2019
Eroi di una mitologia tutta loro, i camalli genovesi rappresentano l’altra metà della Superba, quella portuale, spiccia e spesso poco nota in città, tanto al turista mordi e fuggi quanto all’abitante full time. Se scali, merci e affini sono per voi materia oscura, potete riparare prendendo parte al festival “Zones Portuaires Genova”, ideato da Maria Pina Usai e Maria Elena Buslacchi, che fin dal 2015 si propone il nobile intento di far dialogare, all’interno della stessa metropoli, urbanità e portualità, intrecciandole in funzione interdisciplinare.
Nel contesto dinamico dell’edizione 2019 – in programma dal 24 al 30 giugno – nasce la mostra “Genova Porto. I camalli negli scatti di Lisetta Carmi e Danilo Correale”, curata da Francesca Busellato per ZAP-Zones Art Portuaires – “divisione” dell’intero festival che si prefigge d’incrociare arte contemporanea e portualità – e Anna Daneri per TEU. Quest’ultimo è un progetto partito nel 2017, sviluppato in partnership da Daneri e Martina Angelotti assieme all’associazione ON, al Laboratorio di Sociologia Visuale del DISFOR (UNIGE) e CULMV genovese. Il suo nome deriva dall’unità di misura dei container (Twenty foot Equivalent Unit), e come scopo prevede lo studio del territorio nella propria specificità di area portuale.
Vite da camallo in una mostra che abbraccia sincreticamente circa cinquant’anni di lavoro a pelo d’acqua, in un efficace face to face tra gli scatti di Lisetta Carmi, realizzati in occasione del progetto itinerante Genova Porto, anno 1964, e quelli più recenti proposti con Refusal da Danilo Correale. Stesso universo, con solo qualche lustro in più sulle spalle. Un lasso di tempo tuttavia attraversato dall’evoluzione nella logistica marittima, che di fatto ha cancellato il lavoro e lo svago nella concezione anni ’60 presentata da Carmi.
Via perciò i quarti di bue trasportati da uomini che mezzi nudi passavano dal caldo a gelo, via gli stracci usati come calzature prima dell’era antinfortunistica e le briscolate in compagnia. Al loro posto entrano le braccia incrociate di Correale, anonime e simboliche in un primo piano gestuale giocato col fuori fuoco dello scenario professionale circostante. A una spessa distanza estetico-progettuale corrisponde la sottile capacità di entrambi nell’introdurre i fatti adattandosi con personalità alla narrazione, modus operandi che li rende capaci di documentare senza ridursi a documentaristi.
Carmi, da un lato, mette nero su bianco la fatica, con «Modalità di lavoro quasi medievali», sottolinea una Daneri diretta a focalizzare il relativamente breve arco di tempo trascorso. Dall’altro, Correale colora la narrazione, rileggendo col suo racconto-sequenza di braccia chiuse una categoria lavorativa basandosi proprio sul “non lavoro”, su ciò che Daneri definisce un «Problema di gestire il tempo libero», questione portata in auge dall’incidenza del progresso informatico-meccanico sulle attività portuali.
Cinquant’anni di “camallitudine” da vivere per pochi giorni, la mostra rimarrà aperta dal 26 al 30 giugno. (Andrea Rossetti)
In alto: Lisetta Carmi, Genova, il Porto, 1964. © Lisetta Carmi, courtesy Martini Ronchetti

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