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Venezia/Padiglioni. L’Istituto italo-latino americano sente le voci, e sono “Indígenas”

di - 9 Maggio 2015
Inaugurato il Padiglione dell’Istituto Italo-Latino Americano, alla presenza di un numero elevatissimo di artisti (più di venti hanno collaborato alla mostra) e rappresentanti di istituzioni del centro e sud america. Si aggirava tra i presenti anche il Presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta.
Se da un lato il buffet ha dato qualche problema – i latino-americani hanno sottovalutato la voracità cieca e insaziabile dei visitatori della Biennale intorno alle 12 – dall’altro l’opening è stato ricco di interventi di tutto rispetto, da quello dell’ambasciatore Giorgio Malfatti di Monte Trento, segretario generale dell’IILA, che ha sottolineato come il padiglione sia completamente finanziato da sponsor, a quello del commissario Sylvia Irrazábal.
Decine di altoparlanti , ciascuno di competenza di un artista diverso, diffondono ciascuno un racconto, un canto, in un diverso dialetto del centro-sudamerica (alcuni di essi in estinzione, insieme ai rispettivi gruppi etnici), volendo trasmettere la preziosità e l’unicità del patrimonio umano e culturale latinoamericano.
Come ha sottolineato il Ministro della Cultura del Cile Claudia Barattini, una delle sfide più grandi per il futuro dei paesi latinoamericani è ridisegnare il rapporto con la propria complessità culturale, stratificata sia orizzontalmente – il numero elevatissimo di varietà etniche e linguistiche – sia verticalmente – l’innesto coloniale ispanico e portoghese. E in questo l’arte contemporanea può avere un ruolo estremamente rilevante.
Il curatore Alfons Hug ha poi ringraziato tutti gli artisti presenti, introducendo la performance di Miss Education, nata come azione dalla mente dell’artista panamense Humberto Vélez, anch’egli presente.
Si potrebbe pensare che l’installazione collettiva (a più voci, è il caso di dirlo!) dell’IILA abbia quel sapore antropologico che spesso influenza fortemente e inesorabilmente le opere degli artisti contemporanei latinoamericani. E anche il fatto che il curatore sia tedesco, per quanto residente e operante da decenni in Brasile, fa sorgere non pochi sospetti su un’approccio ancora in parte eurocentrico, o comunque non autoctono.
E invece sentire queste voci singolarmente, e poi allontanarsi per cogliere un indistinto chiacchiericcio, è effettivamente emozionante: è percepibile una certa drammatica urgenza in questa babele linguistica e culturale latinoamericana, quasi una miniatura, ed è qui la contemporaneità, di quella babele molto più grande che è il nostro pianeta. (Mario Finazzi)

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