Continuano le proteste e le conseguenti repressioni in Iran e, tra le molte e terribili notizie che emergono, negli ultimi giorni sono arrivate anche segnalazioni – difficili da verificare autonomamente a causa del blackout totale delle comunicazioni – secondo cui alcuni artisti sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza durante gli scontri. Tra questi, secondo report internazionali, vi sarebbero lo scultore Mehdi Salahshour e il regista Javad Ganji, entrambi membri della vivace comunità creativa iraniana che si era pronunciata contro il governo o era stata coinvolta nelle manifestazioni. La loro morte ha suscitato indignazione e dolore nella diaspora culturale e tra le organizzazioni per i diritti umani, che denunciano la brutalità della repressione e la difficoltà di documentare i fatti sotto la censura digitale imposta dallo Stato.
Le proteste, iniziate alla fine di dicembre 2025 a causa della profonda crisi economica e trasformatesi in un movimento antigovernativo di portata nazionale, hanno visto una violentissima risposta delle autorità. Secondo diverse organizzazioni di monitoraggio dei diritti umani, il bilancio dei morti nelle proteste potrebbe essere arrivato a migliaia, anche se le cifre variano ampiamente a causa del blocco di internet.
In questo clima di violenza indiscriminata, non sono solo singoli manifestanti non direttamente connessi al mondo culturale a perdere la vita. La conferma di artisti uccisi evidenzia quanto la repressione investa trasversalmente la società civile, inclusi settori come le arti visive e il cinema, che in Iran hanno storicamente giocato un ruolo importante nell’espressione critica e nel dibattito pubblico, pur operando spesso ai margini delle possibilità di dissenso.
La morte di figure legate alla creatività e alla cultura si inserisce in una più ampia narrazione di soffocamento delle voci critiche in Iran; in passato, altre proteste avevano già visto intellettuali, studenti e artisti diventare simboli di resistenza o vittime dirette della violenza statale, segnando punti di rottura importanti nella memoria collettiva del paese.
Nel frattempo, numerose gallerie d’arte hanno chiuso le porte, sospendendo mostre programmate, anticipando le chiusure o abbassando le serrande. Alcuni spazi hanno giustificato la scelta come misura di sicurezza, altri lo hanno interpretato come un atto di solidarietà collettiva con la piazza e con i settori della società civile che hanno partecipato a forme di sciopero sociale.
Anche la scena artistica della diaspora iraniana continua a seguire, dall’estero, gli sviluppi con apprensione. Per molti la lotta culturale è inseparabile da quella politica: la repressione di chi produce immaginario, racconti e rappresentazioni della società diventa a sua volta un indicatore della portata sistemica del controllo statale. In un Paese dove l’arte è stata spesso un modo per “dire quello che non si può dire”, il silenzio forzato parla più delle cifre ufficiali.
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