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Walé e cannibali per Also Known As Africa. La fiera d’arte apre al Carreau du Temple di Parigi

di - 10 Novembre 2017
A Paris non solo Photo, ma anche Also Known As Africa, ovvero la fiera d’arte contemporanea e design centrata sul continente africano che apre la sua seconda edizione presso il Carreau du Temple, con 150 artisti e 38 gallerie provenienti da 19 Paesi, tra cui Italia, Spagna, Angola, Uganda, Senegal e Tunisia, sotto la direzione di Victoria Mann. Il pubblico è accolto da Je suis la seule femme de ma vie, un lavoro monumentale di Bili Bidjocka nell’arteria principale della fiera. Nel sottosuolo, per la prima volta, Akaa Underground, un laboratorio d’arte e d’incontri, con performance, conversazioni e presentazioni di libri, oltre a The Mating dance, un’installazione dell’artista sudafricana Lady Skollie. L’Italia è presente con Marco Barbon, presentato da Clémentine de la Féronnière, e con Nicola Lo Calzo, della parigina Dominique Fiat. Oltre che con Virginia Ryan, artista australiana residente in Italia che presenta il progetto Shields/Boucliers in collaborazione con il fotografo cubano René Peña. I due artisti esplorano la relazione tra il bianco e il nero, tra il contrasto e il contatto, tra l’oggetto e la relazione viscerale lavorando con materie prime come il cuoio usato anticamente per realizzare degli scudi. Tra gli altri italiani, la galleria genovese Vision QuesT 4rosso, che presenta un progetto fotografico di Patrick Willocq sulle walé, così chiamate le puerpere, in un rituale ancestrale e legato alla maternità, dei Pigmei Ekonda, della Repubblica democratica del Congo. Un progetto realizzato solo con macchina fotografica, luce naturale e l’incredibile collaborazione della comunità. Bello l’omaggio allo scultore senegalese Ousmane Sow con due bronzi, Le Nouba qui se maquille, accompagnati da foto e da due film sull’artista, di Béatrice Soulé. In questa stessa occasione è prevista anche una tavola rotonda, animata dalla storica dell’arte Françoise Monnin.
Tra gli appuntamenti da non mancare, quello di domenica, 12 novembre, per la performance partecipativa presso lo stand della galleria Maëlle, su invito dell’artista Jean-François Boclé, che propone di cannibalizzare il Bananaman, la sua scultura. Non c’è da preoccuparsi, infatti al pubblico saranno date delle semplici banane, ben 300 chili, esattamente quelle servite per realizzare la scultura Le Lacrime di Bananaman (2009, in corso). «Un boccone per inghiottire la violenza e la distopia che contrassegnano la nostra società», come afferma l’artista. La performance è parte della programmazione Panser, diretta da Salimata Diop, che si concentra sulle opere riferite ai processi di guarigione. (Livia De Leoni)

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