Entrando nella galleria di Riccardo Crespi, da oggi troverete una piccola sala – al piano terra – che vi abbaglierà. È una nuova puntata di “Wunderkammer”, il progetto che il gallerista affida ad artisti chiamati a lavorare site specific, o che porta in scena collaborazioni inedite e affiancate alle mostre in programma.
Stavolta nella camera delle meraviglie vi sono Ludovica Gioscia e Jebila Okongwu, in un dialogo perfetto non solo tra loro, ma anche con la pittura della giovane Caterina Silva, attualmente in mostra.
Entrare in “Patterns of Trade” non solo significa entrare nel colore, in una dimensione che semplicisticamente si potrebbe definire molto “estiva”, ma anche nel cuore delle collezioni e delle ossessioni degli artisti: Gioscia con le sue carte da parati che replicano immagini che fanno parte del ciclo capitalistico dell’economia, delle strategie di marketing, e che qui vengono talmente ammassati da essere distrutti, esaltati fino a formare un “sottofondo” magmatico, ma ancora abbagliante; Okongwu mettendo in scena un discorso critico sia sul commercio e la ricchezza delle multinazionali, sia ponendo l’accento sui flussi migratori che gli stereotipi che aleggiano anche intorno a sé stesso, indicato come artista “esotico” per le sue origini africane nonostante una vita passata in Australia, Inghilterra e ora a Roma. Attraverso le sagome di banane costruite con gli stessi cartoni che le trasportano “a nord” e che Jebila trova nei mercati e nei negozi, si dà forma all’eccesso di offerta, al consumo di massa e allo sfruttamento: sia del lavoro che delle coscienze, il tutto celebrato da splendidi colori e forme apparentemente innocue, come i brand che vengono messi in scena che spesso, scavando giusto un poco, tradiscono il lato peggiore dell’economia.
Di altri colori tratta Caterina Silva (Roma, 1983), che in “Soggetto. Oggetto. Abietto” indaga con la pittura le emozioni primarie, talvolta anche occultando alla vista l’opera, come accade in Le cose non mi hanno aspettato (foto in home page), cinque rotoli di tela di lino che componevano un unico dipinto, tagliati e arrotolati senza possibilità di mostrarsi interamente, mai. Narrazioni sintetiche, fascinazione per la cultura Induista e un’indagine che, anche in questo caso – simbolico punto di contatto con la “Wunderkammer”, ha a che fare con la distruzione e la ricollocazione in un altro “contesto” di significati.
Un’occasione per entrare, grazie all’arte e in maniera brillante, in quelle dinamiche che spesso rifiutiamo, forse un po’ anche per senso di colpa.