La scenografia neorealista di "Rigoletto" con riferimenti a Luchino Visconti. EnneviFoto
Sono due le nuove produzioni del centenario dell’Arena di Verona: l’Aida fuori dal tempo di Stefano Poda, consumato regista, attivo dal 1994; e il Rigoletto, sempre di Giuseppe Verdi, diretto da Antonio Albanese, un “outsider” dell’opera lirica.
In realtà, l’attore comico, giunto alla notorietà con il personaggio di Cetto La Qualunque, ha dei precedenti illustri, per sua stessa ammissione: «Sono entrato, se così vogliamo dire, dalla porta principale perché la mia prima vera regia lirica è stata Le Convenienze ed inconvenienze teatrali (di Donizzetti, ndr) al Teatro alla Scala, nel 2009. In quell’occasione – prosegue l’attore e regista – ho iniziato a godere in maniera totale dell’opera, immergendomi in quello che considero uno dei generi artistici più completi, fatto di Professori d’orchestra di grande sensibilità, cantanti che suscitano emozioni profonde con le loro voci, e tante altre professionalità». Da quell’esordio nel tempio della lirica, Albanese ha diretto un’altra opera di Donizzetti, il Don Pasquale «che proprio qui a Verona nel 2013 è andato molto bene ed è stato quindi ripreso anche al Teatro Petruzzelli di Bari e al Lirico di Cagliari».
Il fascino di quel «Carrozzone meraviglioso», come Albanese definisce l’opera, ha portato l’attore-regista fino all’inedito allestimento di Rigoletto per il festival areniano numero 100. Il capolavoro verdiano del 1851 ha subìto dalla nascita le stroncature dei potenti e dei censori a causa del suo protagonista deforme e dello scenario da bassifondi, prostitute e sicari, ma la sua grandezza sta nell’alternare secondo il regista «Momenti di tragicità ad attimi struggenti e di involontaria ironia: una mescolanza di registri incredibili».
Una complessità che Albanese dice di aver mantenuto nella sua versione fedele all’autore. «Anche perché Verdi e io siamo nati nello stesso giorno, il 10 ottobre: quindi massimo rispetto per il Maestro», commenta ironicamente. Unica licenza poetica della nuova produzione è l’ambientazione della vicenda del buffone Rigoletto, di sua figlia Gilda e del Duca di Mantova. Il paesaggio che fa da sfondo è infatti quello padano, nel dopoguerra malsano e stagnante degli anni Cinquanta, con accenni al cinema neorealista, come la trattoria Ex Dogana al centro della scena, omaggio esplicito al film Ossessione di Luchino Visconti.
«Per mia scelta – aggiunge Albanese – parte della scena sarà occupata da un cinema all’aperto, dove sarà proiettato – durante il preludio – un estratto dal film Bellissima di Visconti, del 1951: un frammento che mi ha sempre straziato, in cui una bambina – nel film la figlia di Anna Magnani – è derisa da alcuni adulti, giurati di un concorso cinematografico». Un dettaglio che ad Albanese non è sfuggito, dice, per quella «Sottile corrispondenza fra questa scena straziante e i rapporti fra i personaggi nell’opera di Verdi: fra Rigoletto, la figlia, i cortigiani». Di storie di emarginazione tra cinema, teatro e lirica, del resto, il regista di Olginate, in provincia di Lecco, ne ha frequentata un’altra in prima persona nel 2023, che gli ha assicurato – stavolta come attore di commedia – il nastro d’argento per Grazie Ragazzi, di Riccardo Milani, ambientato in un penitenziario.
Con l’ironia si può sopravvivere, sembra affermare Albanese, persino ad un evento drammatico come la guerra, “un deserto, una follia, un disastro”. Tuttavia è vero anche il contrario: dietro la maschera del comico si celano spesso esistenze tragiche. «Un aspetto che mi avvicina molto a Rigoletto, oltre ad una potenza quasi fisica del dramma e della musica, è la riflessione sul buffone, una comicità che però nasconde una profonda solitudine – commenta Albanese – la mia stessa comicità porta spesso con sé degli scheletri». Il pensiero va infine agli spettatori che assisteranno, dopo lo scorso debutto, alle due prossime repliche del 20 luglio e del 4 agosto. «Ce la metteremo tutta, per rendere felici il pubblico e la città».
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