Regia di Valerio Binasco, Cose che so essere vere, Ph Virginia Mingolla
Si apre con lo squillo del telefono e l’uomo che risponde alzando la cornetta. Sapremo solo alla fine dello spettacolo il motivo di quella telefonata, foriera di una notizia. Con un flashback, tornando indietro assisteremo al ménage di un gruppo di famiglia in un interno, composto da una coppia con quattro figli giovani, rappresentata nel loro dibattersi per far vincere l’amore che li lega. «Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», diceva Tolstoj. Qui c’è, invece, una famiglia felice a modo suo, che fa i conti con i gesti e i rapporti quotidiani dal sapore dolce e amaro, con la normalità di una routine che nel suo svolgersi rivela le inevitabili fratture interne, i conflitti e le aspirazioni, le durezze e le delicatezze, le luci e le ombre dei rapporti intergenerazionali alla prova della vita. Parliamo di Things I Know To Be True, ovvero Cose che so essere vere, toccante e divertente dramma dello scrittore australiano Andrew Bovell, messo in scena, per la prima volta in Italia, da Valerio Binasco, un ulteriore tassello del regista, attore e direttore del Teatro Stabile di Torino, all’indagine sui legami famigliari e le sue molteplici sfaccettature, già esplorati in altri allestimenti.
Il testo di Bovell pulsa di emozioni vere, di sentimenti antichi e sempre nuovi, di parole che ci appartengono, di affondi che toccano corde comuni, di desideri e relazioni imperscrutabili, di ricerca di felicità e di amore da dare e da ricevere. Bob, un operaio automobilistico andato prematuramente in pensione, è dedito alla cura del suo roseto; Fran, la moglie, è un’infermiera che ha compensato le delusioni della vita concentrandosi sul crescere i figli. Questi, ciascuno a suo modo, vivono tutti una crisi personale.
La più piccola, Rosie – alla quale è affidato il monologo iniziale – ritorna anzitempo da un viaggio in Europa col cuore spezzato da una delusione d’amore; la più grande, Pip, è in procinto di abbandonare il marito; dei due maschi uno sta lottando con la sua identità sessuale, l’altro si scoprirà essere coinvolto in pratiche finanziarie poco chiare.
C’è una limpidezza di scrittura, una potenza intrinseca nelle semplici parole della trama, una profondità e levità psicologica con cui vengono delineati i personaggi, che allontana il rischio di trovarci dentro una sorta di dramma domestico realista vecchio stile. I tasselli ci sono tutti per farci entrare e tenerci desti nelle dinamiche di questo nucleo inquieto dove ci si fa male a vicenda cercando l’attenzione, l’ascolto, l’amore che a volte è troppo e altre non è mai abbastanza. Dove le persone più cercano di allontanarsi reciprocamente e più non riescono a fare a meno di riavvicinarsi. Dove ci sono parole che trafiggono, altre che alleviano, altre ancora che salvano.
Scandita dallo scorrere delle stagioni, la scena è movimentata da una funzionale pedana girevole al centro (di Nicolas Bovey) piena di piante e oggetti domestici, la quale, ruotando, focalizza l’interno della casa o l’esterno del giardino, i luoghi dei dialoghi serrati, degli svelamenti delle cose non dette, degli incontri e delle separazioni. Plauso all’interpretazione ricca di sfumature umane e dell’anima di Binasco e di Giuliana De Sio, la coppia di coniugi; e a quella dei quattro giovani figli, Fabrizio Costella, Giovanni Drago, Giordana Faggiano, Stefania Medri, nel ritrarre ciascuno la ricerca di definizione della propria personalità. Un testo che arriva al cuore e al quale aprirsi senza filtri.
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