Due Regine © Luca Concas
Finalmente, pur a distanza di secoli, si incontrano. E si parlano, viso a viso. Avviene nel bellissimo testo di Elena Bucci Due regine, tra le celebri sovrane Maria Stuarda di Scozia ed Elisabetta Tudor d’Inghilterra. La storia le ha poste vicine di tombe con le loro effigi di marmo nell’Abbazia di Westminster ma, in vita, le ha collocate lontane l’una dall’altra. «Due bambine, due regine, una in Scozia, una in Inghilterra allevate per il potere, incatenate allo stesso trono, imparano a danzare, a suonare il virginale, a parlare italiano, francese, spagnolo a danzare a suonare, scrivono meglio dei loro ministri. Due regine, ma la regina deve essere una sola, la più bella, la più amata Elisabetta o Maria, Maria o Elisabetta, il giglio o la rosa?». La chiusa del testo ci lascia con questa descrizione ponendo la questione ancora aperta. Prima però avremo udito tutto quello che avrebbero voluto dirsi, «Se solo ci fossimo incontrate!…», ripetono in più momenti (nella realtà comunicarono solo attraverso lunghe lettere).
Con le loro ombre ben stagliate sulla parete ad abside del Teatro Rasi (al Ravenna Festival), il viso appena illuminato, e il brusio dei loro pensieri ad alta voce, le due donne, in costume d’epoca, prendono consistenza dall’immobilità, avanzare sul palcoscenico, prendersi lo spazio e ripercorrere il dramma di due donne schiacciate dalla storia, anche chi vinse tra le due, imparentate ma anche rivali per ambizioni, nemiche nel nome della loro diversa religione (cattolica e protestante) nel tumulto di guerre che insanguinarono l’Europa del XVI secolo. L’esito, sappiamo, è stato la ventennale prigionia di Maria, esule dalla Scozia dilaniata che credette di trovare rifugio da Elisabetta ed ebbe invece lunga pena e la condanna a morte. Nel mezzo, il racconto di intrighi, violenze, interessi, congiure, e certe passioni per alcuni cortigiani. E tra loro accuse, lusinghe, invidie e frivolezze, memorie e pensieri che si intrecciano con la grande storia.
Il testo di Bucci (che firma, insieme a Chiara Muti, l’elaborazione drammaturgica, la regia e l’interpretazione) ci regala in questo scontro fra “titani”, quasi un “musicale” duello di anime, entrambe benevoli e crudeli, clementi e complottiste, pietose e intransigenti. In questa doppiezza sta la grandezza della loro storia, ricca di umanità, di fragilità, di singolarità e orgoglio femminile.
E che bel duettare di intense attrici, Elena Bucci e Chiara Muti, che energia verbale tale da rendere vivi sentimenti, pulsioni e suscettibilità personali. E che eleganza di posture nel procedere di movimenti alterni o in sincro, nel posizionarsi a distanza, quasi sempre frontali, poi vicine, specchianti, sagomate da strisce di luce e da ombre che le ingrandiscono e rimpiccioliscono sulle pareti, sedute o in piedi sulle uniche due sedie mentre sfiorano il seggio regale posto al centro, oggetto di conquista per una sola (ovvero Elisabetta, ribattezzata “la regina vergine”, poiché restò nubile e non ebbe eredi). Muovendosi all’indietro abbandonano infine “il palcoscenico del mondo”, e tornano a rioccupare il posto iniziale dei sarcofagi di marmo, intrappolate per sempre nel “gioco di ruolo” voluto dalle corti dei potenti e dalle loro ambizioni.
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