Gabriele Vacis, Vangeli, ph. Agnese Carbone
Ci accoglie un profumo di pane caldo, appena sfornato – che ci verrà offerto alla fine – e, alla nostra vista, il candore delle lenzuola mentre vengono aperte creando un vasto tappeto a terra. Bianco è anche il colore dei costumi degli attori che lì si muovono con la leggerezza iniziale, quasi, di una danza. Ed è una danza concitata quella che, sulla voce off di Pasolini, uno di loro esegue rompendo le fila, alzandosi la maglietta sul viso, macchiandola di sangue sgorgato dalla sua bocca, e subito sostenuto da braccia amorevoli venutegli in soccorso. Una pietas che rimanda a una Deposizione. Ma è la parola la protagonista dello spettacolo Vangeli, secondo capitolo del progetto pluriennale La trilogia dei libri che Gabriele Vacis, insieme alla giovane Compagnia PoEM, ha dedicato, dopo Antico Testamento, ai testi sacri delle religioni monoteiste (il terzo step sarà Corano).
La prima parola pronunciata in apertura del bellissimo Vangeli (produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale), è una dedica “…alla cara, lieta, familiare memoria di Papa Francesco”, incipit come quello che Pier Paolo Pasolini dedicò a Papa Giovanni XXIII nel suo film del 1964 Il Vangelo secondo Matteo. La presenza di Pasolini aleggerà in altri momenti dello spettacolo – evocata anche nella storia personale di uno degli interpreti -, e ancor più resa tangibile dalla sua stessa voce audio tratta da un’intervista del 1974 in cui esprimeva un suo pensiero: «Il messaggio di Gesù delle Beatitudini è incomprensibile per un giovane di oggi poiché il potere industriale vuole che l’uomo sia consumatore e che la sua filosofia sia edonistica. Per la mia generazione Cristo aveva ancora una capacità di presa, ma già per i giovani degli anni ‘70 era perduta».
Impressiona ed emoziona, però, ascoltare brani del Vangelo di Giovanni – intrecciati con passi di Matteo e di Luca, di brani dalle Lettere ai Romani di Paolo, e dall’Apocalisse -, dette oggi dai giovanissimi attori in scena. Nel loro dirle, pronunciate ad alta voce, bloccate, sussurrate, dialoganti, in coro, rimbalzate l’uno all’altra, c’è un trasporto che sembra nascere da un’interiorità, da una convinzione profonda che arriva a noi con forza e verità. E non importa sapere chi di loro crede o non ha fede. Essi si fanno tramite del Logos, quel Verbo che si fa Carne nei loro corpi. E agisce, vive, fa eco, prende forma.
Parole antiche come “ama il tuo nemico, e pregate per i vostri persecutori”, “beati i miti”, “guai a voi ricchi”, sono affondi controcorrente, frasi oggi più che mai rivoluzionarie. Quei 12 ragazzi e ragazze quasi sempre rivolti verso di noi spettatori, insieme nella luce piena del teatro che ci lega tutti, si muovono senza sosta, come un corpo unico dalle molte membra, dal respiro condiviso. Alternano azioni e sequenze di gruppo o più intime, generando figure di ieri e di oggi, sguardi che catturano altri occhi, gesti che si espandono all’unisono, monologhi che si aprono a dialoghi, a canti sacri – in ebraico, latino e aramaico – a brani contemporanei – Battiato, Springsteen, Madame –. E suoni: da quelli iniziali di un chitarrista dal vivo, a sonorità attinte da antichissime musiche delle tradizioni popolari, a sonorità techno.
Tutto è ancorato nel nostro presente, un presente che evoca immagini, luoghi, stati d’animo. E si fa anche atto d’accusa contro le menzogne, le strumentalizzazioni del sacro, le ipocrisie, le false ideologie in nome della Verità. “Guai ai ricchi”, cioè l’uso sconsiderato della ricchezza dei potenti anche a danno degli ultimi, quella “teologia della prosperità” che crede nella fede come portatrice di ricchezza materiale, lo esprime una sequenza che ricompone in scena la foto virale in cui Donald Trump è circondato da ricconi telepredicatori che gli impongono le mani e lo benedicono. «Questa foto mi offende!», grida un adirato personaggio che ricorda San Francesco.
Altre parabole ci consegnano altri insegnamenti: da quella dei talenti, alla lavanda dei piedi, al giudizio finale. Le creano, nelle simbologie che ne derivano, alcune bellissime e semplici invenzioni sceniche: come l’enorme tela bianca sospesa sulla platea che si abbassa e si colora d’azzurro per simulare la tempesta nel racconto di Gesù che cammina sulle acque. O i pezzi di pane duro sbattuto contro il sipario nero per l’invettiva contro i mercanti del Tempio. O la resurrezione di Lazzaro indossando e poi togliendo degli scarponi neri mentre crollano improvvisamente le quinte. E poi le lenzuola bagnate che soffocano il volto e diventano sudario, la lavanda dei piedi evocata con degli stivaloni bianchi riempiti d’acqua e indossati.
E giungere alla Crocifissione simulata con tre coperte termiche dorate, riferite a quelle dei migranti salvati in mare. Queste, infine, tenute in mano e sollevate in aria da forti folate di vento generato da enormi ventilatori disposti in cerchio, diventano il segno della Resurrezione.
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