Categorie: Teatro

I calcinacci dell’esistenza nella parete di Claudio Larena, in scena a Roma

di - 14 Dicembre 2021

È un corpo a corpo fisico e mentale, un dialogo personale con un oggetto inanimato che diventa luogo di riflessione e di condivisione. È un ritmo interiore, quello di Claudio Larena, che pulsa con quella materia, per farsi battito del cuore e della mente. L’attore e autore romano di questo energico assolo, vibra colpi decisi, poi carezzevoli, su quel muro bianco che, a più riprese, imbratta di calce compiendo un lavoro che ha a che fare con la dimestichezza e l’operosità del suo vissuto, di ieri e di oggi. Vincitore del bando PoweredByRef, prodotto da Romaeuropa, con la produzione esecutiva di 369gradi, e rappresentato nello Spazio Rossellini di Roma, Calcinacci è il titolo di questo spettacolo-performance che ci immette dentro un “cantiere” d’intima partecipazione emotiva, un monologo di squarci dell’anima aperti allo sguardo altrui.

C’è, nel gesto meccanico e quotidiano di Larena, una danza di braccia e di gambe nel carteggiare la parete con moti ondulatori, larghi, poi concentrici, mentre la polvere, intanto, si sprigiona attorno. C’è un pensiero di movimento mentre Larena si sofferma su un dettaglio rotatorio, gesticolando in alto e in basso, a destra e a sinistra, disegnando campiture sempre mutevoli. Poco prima era entrato silenziosamente, quasi con solennità. Calzato un paio di scarpe poggiate in un angolo, le aveva poi tolte uscendo dal perimetro dell’azione. Era tornato con un secchio in mano e dei sacchi di calce poi sciolta nell’acqua; e, cazzuola in mano, aveva iniziato a spargerla sul muro. Fin qui l’operaio intento nella sua attività, assorto in una mansione che ben padroneggia.

Di scatto si gira verso il pubblico: «Non è semplice parlare di cose semplici! Mi devo preparare le risposte, me le devo scrivere: risposte diverse, per persone diverse», dice quasi timidamente. Da qui in avanti, continuando a lavorare e soffermandosi, inizia il suo soliloquio di pensieri ad alta voce. Sono libere riflessioni, gridate, sussurrate tra se e se, desideri e domande senza risposte. «Vorrei solo che mi venisse a trovare qualcuno mentre lavoro, un amico che viene, si siede, mi guarda. Oppure tutti! Tutti i miei amici, i parenti, i conoscenti, i futuri conoscenti i clienti! Tutti a vedere quello che faccio, così che quando li incontro non me lo devono più chiedere», esclama tra una pausa e l’altra spinto dal dover dare spiegazioni, mentire o asserire la verità sulla sua vita. S’incanta davanti a quella parete biancastra quasi fosse un quadro d’artista, un oggetto con un’anima: «Perché se non la guardi a tutte le ore del giorno – esclama con convinzione –, la parete non la capisci, se non la fissi mentre si asciuga, non sai dove manca materia, se non la sporchi non ti puoi prendere cura di lei, di ripulirla, ci devi dormire accanto e cambiare posto ogni volta e capire dove sprigiona più umidità, dove è più calda, dove è più fredda, dove di accoglie, dove ti calma e dove ti agita. Perché non sei solo tu a fare lei».

Si pone in ascolto; le parla – ed è con se stesso che si confronta -, si arrabbia, si entusiasma, gioisce e si rattrista rincorrendo concetti, sogni e delusioni. E sentirsi sporco come quel muro umido che fa crepe ovunque. Muro che è riparo, protezione, difesa, dal quale vorrebbe staccarsi, fuggire, ma senza riuscirci. Perché tutto gira attorno ad esso. E se non esistesse, non esisterebbe tutto il resto. Mentre racconta s’imbratta, cade a terra, scivola, si rialza, saltella, riprende a dipingere come in una danza d’urto. Fino a scomparire dietro la parete.

C’è, forse, in questa acuta scrittura scenica di Larena, una suggestione derivata da quel muro rassicurante e respingente raccontato in Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, e che affiora nella derivata partitura fisica dell’attore. E attraverso le sue parole dirette, un’immedesimazione traslata che tocca le corde vive dell’emozione.

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