Ph. Gianluca Pantaleo
«Domani nella battaglia pensa a me». L’eco di questo verso risuona come un avvertimento sommerso, una vibrazione che dovrebbe attraversare l’intera tragedia. Nel Riccardo III di Antonio Latella, dopo il debutto al Teatro Morlacchi di Perugia e ora al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino al 30 novembre, quell’eco arriva invece attraverso una superficie attentamente calibrata, quasi contemplativa.
La scena, che dovrebbe evocare un Eden primigenio, ricorda piuttosto un giardino inglese attentamente pettinato: rose bianche ovunque, come segni di una purezza che sembra più dichiarata che interrogata. Al centro, un grande tronco d’albero funge da totem polifunzionale: rifugio, nascondiglio, quinta, torre. È un elemento scenico di forte presenza, capace in teoria di catalizzare la vicenda ma che rimane più allusione che azione, più simbolo che dinamica. La sua neutralità finisce per sommarsi alla compostezza dell’ambiente circostante, generando un paesaggio che osserva, più che partecipare.
Dentro questo quadro raffinato si muove un cast composto, tra gli altri, da Vinicio Marchioni, Giulia Mazzarino, Candida Nieri e Luca Ingravalle. Splendidamente vestiti in questo contesto così sorvegliato, la recitazione procede come trattenuta da una sorta di ritmo uniforme, sempre in prossimità dell’enfasi ma senza veri affondi. Le voci si muovono su un registro che tende alla solennità continua, come se la tragedia esigesse un volume costante piuttosto che un lavorio sulle sfumature. Non è questione di assenza ma di un’energia che rimane spesso in superficie, come se il testo non trovasse una frizione interna capace di incrinare quell’estetica così precisa.
In questo equilibrio così controllato si innesta anche l’uso degli archetti microfonici, che rende percepibili respiri, minimi attriti, sforzi quasi impercettibili. Una vicinanza sonora che, più che aggiungere intensità, sembra suggerire che il male non nasca mai dal volume o dalla potenza artificiosamente amplificata ma da un’oscillazione più sottile, interiore, che qui resta sullo sfondo. L’amplificazione espone, isola, dilata ciò che dovrebbe emergere da sé: non tanto una scelta poetica, quanto un modo per sostenere una voce che non trova sempre un appoggio naturale. Così la tecnologia, invece di creare prossimità drammatica, finisce per mettere in risalto un vuoto, una distanza che la regia non colma fino in fondo.
Il risultato complessivo è un Riccardo III che offre un’immagine raffinata e coerente ma che raramente permette a quella raffinatezza di incrinarsi, di farsi necessità teatrale. Il male, qui, non seduce né morde: resta un’ipotesi, una linea disegnata con cura più che un gesto che scuote. È un lavoro che si ammira, certamente, ma che raramente si lascia attraversare. Forse la battaglia, quella invocata all’inizio, resta ancora fuori scena, in attesa di un terreno meno levigato su cui potersi finalmente compiere.
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