John Adams, The Death of Klinghoffer, Maggio Musicale Fiorentino, 2026
La notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, un aereo con a bordo quattro guerriglieri del FNLP che avevano dirottato la nave da crociera italiana Achille Lauro fu intercettato da aerei F14 statunitensi e obbligato ad atterrare a Sigonella, dove i militari americani circondarono l’aereo, mentre un cerchio più piccolo di carabinieri faceva da scudo, per sequestrare i dirottatori, portarli negli Stati Uniti e processarli. Il violento intervento delle forze aeree statunitensi era stato provocato dalla notizia che un passeggero della nave, Leon Klinghoffer, americano di origine ebraica, era stato ucciso dai dirottatori.
Quando John Adams – all’epoca reduce dalla composizione di Nixon in China, la sua prima opera – apprese la notizia, chiamò i suoi collaboratori abituali, il regista Peter Sellars e la poetessa Alice Goodman, per stendere il libretto di un’opera dedicata all’avvenimento. Va rimarcato – e andrebbe fatto ogni volta che si parla di lui – che Adams è stato il primo compositore di “musica seria” (e resta uno dei pochissimi) a occuparsi di fatti di cronaca, per quanto controversi, e non rifugiarsi in antiche mitologie, storie teatrali o cinematografiche, cioè i soggetti fiacchi e predigeriti prediletti dai suoi colleghi.
Se Nixon in China era in qualche modo assimilabile a un musical, per la presenza di balletti e un certo spirito ironico che percorre la partitura, e affrontava comunque un avvenimento di pura cronaca, l’opera su Klinghoffer si rivelò subito una patata bollente difficile da maneggiare. Adams e i suoi collaboratori si resero ben conto che gli ebrei sono in America tabù: intoccabili, senza macchia e hanno ragione a prescindere, come direbbe Totò. Nella sua autobiografia (Hallelujah Junction, EDT 2010), la descrizione di Adams degli attacchi ricevuti per non essersi decisamente schierato contro i palestinesi è impressionante ma proteste e insulti contro l’opera si rinnovano a ogni messa in scena americana (a parte le recite cancellate va almeno ricordato che nel 2014 il Met – il Met! – fu costretto a boccarne la trasmissione in mondovisione).
La messa in scena di The Death of Klinghoffer, al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dal 22 al 26 maggio, non solo non è stata disturbata dalle polemiche – e sì che l’argomento è ridiventato rovente pochi giorni fa – ma ha avuto un grandissimo successo di pubblico. Un pubblico non esattamente aduso alla musica contemporanea e sicuramente poco abituato a veder comparire i “terroristi” non come mostri incomprensibili ma come persone: non sono solo questi i pregi dell’opera ma certamente la mancanza di pregiudizi verso queste esistenze rimane ancor oggi e soprattutto oggi ne resta uno dei meriti maggiori.
The Death di Klinghoffer è – come ammette lo stesso Adams – più propriamente un oratorio che un’opera lirica e in un certo modo può ricordare le “Passioni” che nel Sei-Settecento sottolineavano le ricorrenze liturgiche (si pensi, ma non solo, alle due bachiane): la presenza di due cori, uno di “esiliati palestinesi” l’altro di “esuli ebrei”, consente di oltrepassare gli avvenimenti in scena per riflettere su quel che succede alla luce della religione e della storia, anche perché il testo è fittamente intessuto di riferimenti veterotestamentari e coranici.
Questo consente alla Goodman, lei stessa ebrea riformata, di immergere i personaggi in una continuità spirituale che travalica il quotidiano e fa appello a ciò che essi – ebrei, palestinesi ma anche noi – hanno in comune: piccoli avvenimenti quotidiani, qualche immagine di tenerezza e altre di violenza. I cori intervengono ben sette volte nello spettacolo e spetta a loro introdurre gli spettatori a quello che accadrà e al tempo stesso distoglierli dalla semplice trama degli avvenimenti.
Adams, la cui ispirazione musicale resta basata sulla ripetizione di piccole cellule melodiche ostinatamente ripetute, varia questa ritmica con flessibilità: l’agogica è sottoposta a continue variazioni di tempi e timbri. L’aggiunta di sintetizzatori e altri software – sempre utilizzati dal musicista con una disinvoltura che non solo rimanda ai suoi esordi minimalisti, influenzati specialmente da Terry Riley, ma anche alla “sprezzatura” di un californiano che non ha rifiutato nessuna delle sostanze psicotrope che dovevano “spalancare la coscienza” e attivare creatività inedite – producono un flusso sonoro orchestrale su cui il canto si appoggia con naturalezza, in alcuni casi cullato in altri reso incandescente.
Un’opera che è quasi un oratorio presenta dei rischi altissimi di staticità e affidarne la messa in scena a un regista cinematografico al primo impegno teatrale aumentava il tasso di rischio, va detto perciò che il lavoro di Luca Guadagnino è stato semplicemente superbo, ogni scena aveva un suo proprio carattere grazie a una mobilità continua della scenografia, con praticabili che si alzavano e abbassavano, fondali in continua variazione (inteneriva, per la sua naïveté e seduzione, il cielo stellato dietro il duetto tra capitano e dirottatore). Non posso fare a meno di pensare, per questa sensibilità spaziale così acuta – ma è una lode che di cui molti coglieranno la portata -, l’influenza di maestro qual è Robert Lepage.
La presenza dei cori in scena era resa più efficace da un gruppo di danzatori – coreografati da Ella Rotschild – che si insinuavano tra i cantori e si trascinavano al suolo per risollevarsi abbracciandosi, rivelando le tensioni latenti dietro l’immobilità dei corpi.
Per venire alla musica: alla guida dell’orchestra Lawrence Renes, di origini maltesi-olandesi, si è districato benissimo nella complessità della partitura – che alterna abbandoni melodici e improvvise accensioni ritmiche – trovando accenti e sottigliezze nell’accompagnare il coro e le voci dei cantanti, tra cui spiccavano, in un cast in cui ciascuno aveva un carattere ben determinato, il combattuto Capitano di Daniel Okulitch, mentre Mamoud, il dirottatore più “spirituale” e lirico è stato interpretato da Levent Bakirci (che ha avuto forse meno applausi di quanti ne meritasse), tra Klinghoffer e sua moglie Mary, cantati rispettivamente da Laurent Naouri e Susan Bullock, scorre un affetto e una fiducia reciproci spezzati solo alla fine, quando Mary apprenderà della morte del marito e leva un lungo gemito alla sua sorte.
Mi fermo qui ma vorrei sottolineare come, affrontando un’opera di questo genere, andare oltre la consuetudine e riuscire a “centrare” personaggi così complessi sia psicologicamente che musicalmente, costituisca un indescrivibile sollievo per i frequentatori dei teatri lirici.
Infine va ringraziato il Sovrintendente del Maggio, Carlo Fuortes, perché già al teatro dell’opera di Roma nel 2015 aveva fatto mettere in scena un altro lavoro di Adams, il “play” intitolato I was looking at the ceiling and then I saw the sky, mettendosi di fatto a capo della sparuta pattuglia di dirigenti che si mettono in gioco in nome della musica e non solo degli incassi, facendo conoscere in Italia il più importante compositore contemporaneo.
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