© Ivan Nocera per Teatro di Napoli
C’è la solitudine degli anziani in quella vasta disposizione scenica in platea, dove, accompagnati uno a uno e messi a sedere su poltrone di varie fogge, 19 figuranti attempati sosteranno per tutto il tempo, chi sveglio, chi addormentato, davanti a dei vecchi televisori a tubo catodico, imperturbabili o indifferenti, assenti o intorpiditi dal niente che il monitor trasmette, e che noi guardiamo dall’alto dei palchetti. C’è la solitudine dell’uomo, e quella inconsapevole del bambino che inventa l’amico immaginario, invisibile, col quale fantasticare e viaggiare. Come l’eterno Don Chisciotte e Sancio Panza, e come i due buffi personaggi che li incarnano in questo “Circus Don Chisciotte” che il regista Antonio Latella ha tratto dal testo di Ruggero Cappuccio (debutto al Campania Teatro Festival e nella prossima stagione al Mercadante di Napoli).
C’è, in questa riscrittura del romanzo di Miguel de Cervantes, un immaginario che attraversa il tempo e la storia, un viaggio nel nostro presente con la ricerca sempre viva di sé stessi e dell’altro, dell’uno e del molteplice, esplorando mondi interiori ed esteriori, dove la parola, nella sua lingua colta o popolare, musicale, crea pensieri e azioni. I due uomini in scena, speculari, vestiti entrambi allo stesso modo (il rimando è agli abiti da “intellettuale” di Pasolini), sono lo stesso personaggio sdoppiato. L’uno, avventuriero, nobile e filosofo, che si atteggia da padrone promettendo avventura e felicità; l’altro un vivace, astuto e ironico popolano partenopeo di nome Salvo, analfabeta, che risponde da servo, e accetta di seguirlo.
Si pongono domande reciproche, litigano, disquisiscono sul mondo, sull’esistenza, sul tempo e la storia – “Tu non sei di questo tempo, sei di sempre”, dirà il Cavaliere al popolano -, con l’unico mezzo che hanno: la parola. Scorre copiosa dalle loro bocche e anche su un tabellone da stazione ferroviaria di arrivi e partenze che pende dalla graticcia, sul quale fluiscono vorticosamente lettere e numeri – forse a indicare un luogo impossibile, quello dell’utopia, da raggiungere? -, formando parole da decifrare e da tradurre scoprendone il senso.
“Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta una stazione del nostro stare al mondo”, spiega Latella. Sulla scena in platea – ampliata poi sulle assi del palcoscenico -, che è spazio della mente, il viaggio dei due eroi erranti, tra sberleffi e calembour si anima di fasci di luci coloratissime; di suoni assordanti e lunghi silenzi improvvisi; di bizzarre armature indosso composte da ombrelli, spolverini, abatjour e aspirapolveri per catturare fantasmi nascosti; di nebbie e di fumo che esce dai televisori e che alla fine fumerà dalla testa di Salvo/Sancio, il quale spegnendosi si rivelerà essere la proiezione mentale di Don Chisciotte nel suo eterno rincorrersi.
Pur con momenti di intrigante inventiva scenica, di affondi letterari che arrivano al cuore, di sequenze esplosive che i due attori creano col loro fantasticare – Michelangelo Dalisi, e un sorprendente Marco Cacciola per toni napoletani e movenze da teatrante oltre misura -, si fatica però a reggere l’ascolto, il debordare del testo, la ridondanza barocca, l’effluvio continuo che sovrasta le stesse parole.
Mi interessa esplorare la tensione tra presenza e assenza, tra vulnerabilità e orgoglio, tra desiderio di abbandono e impulso narcisistico.
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