Orlando, regia Andrea De Rosa, ph. Andrea Macchia
È una visione abbacinante quella che subito, a scena aperta e a luce piena, si presenta ai nostri occhi entrando in teatro. Un vasto prato verde con al centro un grande tronco d’albero che si slancia nascondendo la sua altezza. Una quercia centenaria, massiccia, che un abbraccio non contiene. È l’elemento scenografico, simbolo concreto e letterario della storia che da lì a breve prenderà avvio. Ai suoi piedi, accovacciata, serenamente immersa nei suoi pensieri, c’è una donna. All’inizio del suo racconto, appena prima del rintocco di una campana e lo svolazzare di un foglio bianco che scende dall’alto, si presenterà come un personaggio maschile. Il suo nome è Orlando.
Pronunciando una data, un’ora e un luogo – «9 ottobre 1927. Tavistock Square. Mezzanotte» –, e di seguito questa asserzione: «Vita. Qui si spalanca il baratro. Ieri mattina ero disperata. Non riuscivo a cavarmi una sola parola dalla testa. Alla fine, mi sono presa la testa fra le mani, ho intinto la penna nell’inchiostro e ho scritto queste parole, automaticamente, sul foglio bianco: Orlando. Una biografia. Dedicato a Vita-Sackville West», prende corpo un flusso di parole, pensieri, descrizioni, che sono un lungo viaggio nel tempo e nella scoperta mutevole dell’identità: quella che caratterizza il/la protagonista del romanzo di Virginia Woolf, Orlando.
Avvalendosi del drammaturgo Fabrizio Sinisi, della traduzione di Nadia Fusini del suddetto testo e del carteggio Scrivi sempre a mezzanotte tra la scrittrice inglese e Vita Sackville-West, il regista Andrea De Rosa mette in scena in forma di monologo il celebre romanzo, trasposto con scorrevole, intensa fluidità nello strumento umano di Anna Della Rosa, affidando al colore e al calore della sua voce giocosa e sensuale, al suo ininterrotto gesticolare e mutare espressività, il sintetico arco narrativo della storia.
Che è quella plurisecolare di un immortale oggetto di bellezza, a volte maschio a volte femmina, che passa attraverso l’Europa dal XVI al XX secolo, vivendo esperienze e avventure di ogni tipo, ma mantenendo sempre inalterato il fascino ambiguo e altero della donna – la scrittrice Vita Sackville-West – alla quale la Woolf volle rendere un omaggio preziosamente segreto, a metà strada tra il vagheggiamento amoroso e l’ebbrezza araldica. Un essere che vive la tenerezza, la febbrilità muliebre celebrandosi nella Natura imperiosa diversa, e legittimandone l’istintività e la sua libera ragion d’essere ermafrodita. La costante è il desiderio e la sua esigenza d’interezza.
Un fatale oggetto di bellezza dicevamo, catturato nel percorso, segreto e fascinoso insieme, che ci conduce all’atto creativo della scrittura, mezzo della Woolf per, quasi, mediare, con la fantasia, la sofferenza della reale dicotomia personale. Così, veniamo accompagnati, in un delirio di parole e di sensazioni, in questo personaggio dalla vita di ragazzo elisabettiano, all’amore per una ragazza russa, alle vicende del giovane ambasciatore a Costantinopoli, che si risveglierà trasformato in donna alla quale spetterà il compito, come Lady Orlando, di vivere nel raffinato Settecento, di essere la coscienza femminile inquieta di un negativo Ottocento, di entrare nel Novecento fra matrimoni e amori, fra laghi gelati e macchine, fra scoppi di granata, riti del tè e silenzio assoluto.
Ma tutto questo noi non lo vediamo. Lo ascoltiamo, con momenti di verità psicologica e di approfondimento drammatico, attraverso le accelerazioni, le accensioni, lo struggimento, le morbidezze e le durezze della intensa recitazione di Della Rosa, credibile come essere incredibile, vestita con una camicetta bianca, giacca e gonna grigia, stivaletti neri. Lievi cambi di luce – soleggiata o fredda – e accenni musicali – del sound designer Gup Alcaro e dalla Sinfonia n. 6 (Patetica) di Cajkovskij -, modellano la scena e i movimenti pacati o febbrili della protagonista che verrà sommersa infine da una folgorante pioggia di fogli bianchi, come un prato nevoso che tutto copre e addormenta. Anche il dolore, e la morte. Che, sappiamo, avverrà per suicidio.
«Stanotte avevo composto per te Vita una lettera bellissima, nelle ore insonni, piene di incubi – sono le ultime parole che la scrittrice pronuncia in scena -, ma è tutta sparita: mi manchi e basta, in un modo piuttosto semplice, disperato, umano. Vita, mi manchi più di quanto potessi credere così, in verità, questa lettera è solo un grido di dolore. … Vita: qui si spalanca il baratro. Non è bello finire così una lettera?».
Lo spettacolo, produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, visto al Teatro Astra di Torino, è in scena a Milano al Piccolo Teatro, Studio Melato, dal 17 al 22 febbraio. Seguirà Modena, dal 26 febbraio al 1° marzo, Teatro Storchi; Roma, dal 3 all’8 marzo, Teatro Vascello; Reggio Emilia, il 10 e 11 marzo, Teatro Ariosto; Genova, dal 13 al 15, Teatro Gustavo Modena; Lugano il 17 e 18 marzo, LAC Lugano Arte e Cultura.
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