Miracolo a Milano, ph. Masiar Pasquali
Verso dove viaggeranno quei “poveri Cristi”, quella massa di diseredati, tutti felici in sella a delle scope che si alzano in volo dalla grande piazza sovrastando la magnificenza del Duomo di Milano con in cima la sua “bela Madunina”? Verso un futuro migliore, un mondo più bello, più giusto? Ieri come oggi inseguendo il sogno, l’utopia di sempre, e di tutti, davanti alle ingiustizie, ai soprusi, alle vessazioni, che non hanno fine? Spereranno di andare verso un paese «Dove buongiorno vuol dire davvero buongiorno?». Quel volo sospeso, un coup de théâtre, è la scena che chiude Miracolo a Milano, spettacolo di punta della stagione del Piccolo Teatro con la regia di Claudio Longhi e una schiera di interpreti, 44 in tutto, con al centro un instancabile, energico, Lino Guanciale (anche dramaturg insieme a Paolo di Paolo) e una tenerissima, minuta e luminosa novantaduenne Giulia Lazzarini.
Un’autentica sfida – decisamente vinta – trasporre dallo schermo alla scena un capolavoro cinematografico del neorealismo qual è stato, e rimane, il film omonimo di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica, che all’uscita, nel 1951, suscitò accese discussioni, critiche e polemiche. Oggi è tutt’altra storia. E al Teatro Strehler è grande successo. È la favola del trovatello Totò, emblema di bontà e ottimismo, nato sotto un cavolo e allevato dall’anziana Lolotta, che lo cresce come un figlio fin quando lei muore e lui entra in orfanotrofio. Il suo spirito di madre, però, non lo abbandonerà venendogli in aiuto, dal cielo, nei momenti difficili grazie ad una colomba dotata di poteri magici.
E così Totò, diventato grande e artefice di una comunità di senzatetto in una baraccopoli della periferia milanese dove anche lui è andato a vivere, darà loro speranza facendogli ritrovare la propria dignità grazie al suo contagioso entusiasmo. Ma non senza difficoltà. Si troverà, infatti, oltre a contenere sussulti di sfrenato egoismo tra i suoi, soprattutto a dover lottare contro un gruppo di speculatori edilizi, uno in particolare, il banchiere Mobbi (qui interpretato da un satirico e buffo Mario Pirrello che sembra uscito da un quadro del pittore e caricaturista tedesco George Grosz), che vorrebbe sfrattare i poveri abitanti di quel terreno sul quale, nel frattempo, si è scoperto una ricca sorgente di petrolio.
L’epilogo è, naturalmente, a lieto fine. Il prologo, invece, parte dalle incursioni improvvisate degli attori tra il pubblico in platea mentre si accede in teatro, a ricreare un senso di condivisione e appartenenza, per entrare subito nel vivo del clima dell’epoca con lo scorrere dei titoli di testa del film proiettate sul velatino che occupa tutto l’arco scenico. Altre immagini con alcune sequenze del film in bianco e nero accompagneranno via via la messinscena, creando un legame tra gli attori in carne e ossa e quelli storici della pellicola, insieme agli esterni e gli interni degli ambienti ricostruiti sul palcoscenico.
Lo spettacolo omaggia specularmente Milano moderna oggi – anche con le sue contraddizioni, le problematiche, le criticità, i cambiamenti epocali, le sfide attuali – attraverso il racconto di ieri, lo spirito di una città – e con lei dell’Italia – che a fatica cercava di risollevarsi dalla Seconda guerra mondiale, e che viveva l’euforia dell’urbanizzazione e del boom economico.
A ricreare, tra nebbia e solidarietà, quella Milano della fiaba filmica recitata in gran parte in dialetto e alternando il racconto in terza persona, sono una complessa e funzionale scenografia mobile di baracche e arredi, e un susseguirsi di sequenze dinamiche e visive con echi al varietà musicale, a un album di personaggi bizzarri, di oggetti e di immagini – un’annunciatrice radiofonica, donne dalle parrucchiere, alle prese con la lavatrice, le riviste di moda, Nilla Pizzi che vince a Sanremo, le prime alla Scala con la voce di Maria Callas – che restituiscono il clima storico e culturale dell’epoca.
Uno spettacolo, in definitiva, dai toni brechtiani – cari a Longhi – con tutta la questione sociale che suscita confrontando le fragilità dell’Italia di ieri e quella di oggi in tema di periferie, e dove non mancano rimandi e citazioni culturali all’italianità – a partire dalle movenze di Guanciale del mitico Totò principe Antonio De Curtis, al romano Trilussa, al romagnolo Fellini, e ancora Zavattini, l’Arlecchino di Strehler, per finire con Giovanni Testori, cantore critico e devoto di Milano. Spettacolo di grande coralità, dicevamo, che ha il suo zoccolo duro nel fedele gruppo di attori che lavorano con Longhi: oltre a Guanciale, Sara Putignano, Mauro Pirello, Michele Dell’Utri, Giulia Trivero, Daniele Cavone. A riempire le fila un’intera classe di allievi della Scuola del Piccolo.
New York riscopre la cultura del bagno di vapore e la sauna, pubblica, privata o anche portatile, diventa oggetto di…
Il Musée du Luxembourg di Parigi dedica un'ampia mostra a Leonora Carrington: 126 opere raccontano un immaginario libero e visionario,…
A dieci anni dalla scomparsa del grande intellettuale, ripercorriamo la sua visione dell’arte come sistema aperto e spazio di interpretazione…
Realizzata nel 1939, come allestimento scenico per un balletto, "Bacchanale" è stata venduta da Bonhams per € 254.400. «Continueremo a…
Il CAMEC di La Spezia nomina il nuovo Comitato Scientifico presieduto da Gerhard Wolf e ringrazia Antonio Grulli per il…
Firmatario del Manifesto di Oberhausen e doppio Leone d'Oro a Venezia, il regista e teorico dei media si è spento…