Alessandro Bergonzoni, Arrivano i dunque
Da una grande scatola al centro del palcoscenico lentamente emergono le mani, i capelli, il volto di Alessandro Bergonzoni, vestito di un camice bianco. Così, affiorando dal ventre di una scatola-bara, inizia l’atto unico Arrivano i dunque, torrenziale monologo comico e tragico di questo protagonista di un singolarissimo teatro dell’assurdo. Dove una e una sola voce riesce a diffondere intrecci polifonici. Dove una grottesca psicopatologia della vita quotidiana si innesta su avvenimenti che sovrastano il mondo oggi, innanzi a tutto la guerra, innanzi a tutto la necessità della pace.
Il camice bianco, nevralgico per la visione e la comprensione del senso di ciò cui assistiamo, è la crisalide che contiene il corpo di questo attore vestito da medico, o forse da pazzo. Manlio Brusatin, in Colore senza nome, racconta di un bambino che oltre il recinto di un giardino vede un uomo dallo strano cappello a forma di fagiolo, che ogni giorno con delle carte di caramelle, colorate, riesce a comporre e poi disfare per ore e ore quadri sempre diversi. L’uomo è Gino Rossi, il pittore per vent’anni e fino alla morte ricoverato nel manicomio oltre il giardino.
Così si muove Alessandro Bergonzoni, pronunciando e decostruendo e mutando parole, spostandole e riconnettendole nel flusso di una logica “schizoanalitica” (direbbe Félix Guattari), fulminea, evanescente, che illumina e acceca. Le mani nelle tasche del camice evocano moncherini che assolvono a posture attoriali strabilianti, la faccia i capelli di Bergonzoni sono immagine potente, segnata da anni di parole che troppi non osano dire: “Europa da ri-amare”, come esempio. Eppure, manca solo una “r”.
Di conseguenza, la durata di Arrivano i dunque. Durata al fulmicotone perdurante, senza pietà per lo spettatore di media possibilità emotiva, con un attore non solo sensibilissimo suscitatore della risata e del dolore, ma anche attivista per la pace e per i diritti degli ultimi, e artista creatore di installazioni in gallerie e musei, alquanto significative.
Per questo, nelle vaste, ossessive, mantriche, operazioni di semiotizzazione verbale, Bergonzoni sparge anche frammenti autobiografici tratti da soggettivi territori esistenziali. Citate sottotraccia durante Arrivano i dunque, infatti, sono alcune proprie opere frutto di una “ecosofia mentale” (ancora Guattari) che connette dinamiche artistiche relazionali a pressanti necessità spirituali, come accadde nella mostra con Bill Viola del 2024, in Fondazione Mudima a Milano, o nel Tavolo delle trattative, un piano appoggiato su protesi di gambe umane fornitegli da Emergency, attorno a cui le gambe dei vivi incontrano quelle dei morti. E poi, l’implicazione nelle sperimentazioni dello scienziato Carlo Ventura, da decenni studioso delle cellule staminali e delle capacità organiche autorigenerative.
Infine, sfilato via il camice, Alessandro Bergonzoni scompare. La performance ora è di una bandiera bianca gettata in terra, che l’Europa nei fatti si sforza di non volere, chissà perché.
Nei teatri italiani da gennaio 2025 a tutto il 2026. Prossima data, 10 maggio, Settimo Torinese.
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