Categorie: Teatro

Shirin Neshat debutta nella regia lirica, con Orfeo ed Euridice al Teatro Regio di Parma

di - 19 Gennaio 2026

Il Teatro Regio di Parma inaugura la nuova stagione facendo dialogare tradizione musicale e linguaggi dell’arte contemporanea, affidando a una figura centrale della scena visiva internazionale una delle opere simbolo della modernità operistica. Sarà l’iraniana-americana Shirin Neshat, qui alla sua “prima” teatrale in ambito operistico, a firmare la regia di Orfeo ed Euridice. Il debutto è in programma venerdì, 23 gennaio, alle ore 20, con repliche domenica 25 gennaio, ore 15:30, e giovedì 29 e sabato 31 gennaio, ore 20. Composta da Christoph Willibald Gluck e considerata capolavoro fondativo della riforma dell’opera seria settecentesca, l’opera viene proposta nella versione viennese del 1762 e torna sul palcoscenico parmense a 39 anni dall’ultima rappresentazione. Sul podio, per la prima volta al Regio, Fabio Biondi dirige la Filarmonica Arturo Toscanini e il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani. I ruoli principali sono affidati a Carlo Vistoli (Orfeo), Francesca Pia Vitale (Euridice) e Theodora Raftis (Amore).

Composta su libretto di Ranieri de’ Calzabigi, Orfeo ed Euridice nasce come risposta alle critiche illuminate contro l’opera seria dominata dal virtuosismo vocale. Gluck semplifica l’intreccio, riduce i personaggi, elimina le arie da capo e restituisce centralità all’azione drammatica, al coro e alla continuità musicale. Dopo un iniziale insuccesso a Vienna nel 1762, l’opera trova fortuna proprio a Parma, quando lo stesso Gluck la rielabora nel 1769 in occasione delle nozze di Ferdinando di Borbone, avviandone la diffusione europea.

Nelle sue note di regia, Neshat ha dichiarato di aver riconosciuto in Orfeo «La storia giusta» per il proprio linguaggio visivo e concettuale, sottolineandone le dualità – amore e morte, cielo e inferno, coscienza e subconscio – e immaginando l’intera opera in bianco e nero, cifra distintiva della sua ricerca. Nella sua interpretazione, Orfeo è uomo contemporaneo, lacerato tra ego, narcisismo e amore incondizionato, incapace di elaborare il dolore per la perdita della moglie e del figlio. La discesa agli inferi diventa così un processo interiore, un paesaggio della coscienza in cui realtà e illusione, colpa e innocenza si confondono. Euridice, a sua volta, diventa un soggetto autonomo, segnato da una perdita che ne rende fragile e ambigua la restituzione alla vita. L’opera si apre e si chiude con film muti in bianco e nero, che aggiungono un ulteriore livello narrativo e intimo alla relazione tra i due protagonisti.

Il debutto teatrale di Shirin Neshat assume una risonanza particolare se letto alla luce della situazione drammatica che continua a coinvolgere l’Iran. Le proteste delle ultime settimane, represse con estrema violenza dalle autorità, hanno colpito in modo diretto anche il mondo della cultura: artisti, registi, musicisti e intellettuali sono stati arrestati, censurati o costretti al silenzio, mentre si registrano vittime tra i manifestanti e un clima di repressione che ha portato alla chiusura o alla paralisi di numerose gallerie d’arte e spazi culturali indipendenti. In questo scenario, il lavoro di Neshat – da sempre attraversato da una riflessione sul potere, sull’identità, sull’oppressione e sulla condizione femminile – si carica inevitabilmente di ulteriori sfumature di significato.

Come chiarisce la drammaturga Yvonne Gebauer, questo Orfeo ed Euridice si muove in uno spazio sospeso tra mito e contemporaneità, dove l’oltretomba coincide con una crisi esistenziale simile a quella dantesca, e Amore non appare come divinità esterna, ma come energia interiore e possibilità di riconciliazione. Ne emerge una lettura che, pur rispettando la struttura essenziale voluta da Gluck, rilegge il mito come indagine sul limite umano e sulla responsabilità dello sguardo.

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