Il castello di Agliè ha una storia secolare, con un nucleo del XII secolo, i primi interventi del 1646 -quando il conte Filippo San Martino ne fece dare un’impronta simmetrica con due affacci, il Giardino e il Parco-, la fase sabauda a partire dal 1763. Gli interventi dei 31 artisti, curati da Luciano Caramel, si sviluppano nelle aree verdi, tranne rari casi. La qualità delle opere è di elevatissimo livello e coinvolge nomi di levatura internazionale come giovani meno celebri.
Non potendo dar conto di tutti gli interventi, ci limitiamo a quelli eccentrici, che non sfruttano il plein air ma si posizionano in luoghi coperti, seppur non propriamente interni al castello. In una sala affacciata sul giardino, Antoni Clavé (Drole du tricycle, 1983-85) invita a una deambulazione attraverso lo splendore decadente della regia dimora. Una sensazione simile di instabilità e tensione la trasmette Brian Falconbridge con Night & Day: 2nd Study (1997), una struttura lineare in legno che supporta alcuni solidi colorati di piccole dimensioni in precario equilibrio.
A passi felpati ci si può allora dirigere verso una delle ali del castello, dove due opere sono in controcanto. Entrambe posizionate in lunghi corridoi, da un lato Walter Francone situa con difficoltà il Martirio della verità celata (2003), massa amorfa a stento contenuta fra le colonne, trafitta da enormi spiedi; d’altra parte, fra muri coperti d’edera, Senza Titolo (2001) di Massimo Kaufmann è assolutamente lieve e consta di alcune strutture trasparenti e curvilinee che pendono dal soffitto. Tornando all’ingresso del giardino, in due sale attigue decorate da affreschi, si fronteggiano la scultura tornita di Maki Nakamura (Daphne III) e la coloratissima installazione di Phillip King, Weeping Sibyls. Quest’ultima consta di un fondo di sassi sui quali si sono formati otto mucchietti di pigmento che provengono da altrettante “clessidre” contenenti sculture, il tutto sostenuto da una struttura in ferro.
Un po’ sacrificata per lo spazio concessogli, ma probabilmente l’opera migliore, Sol Legno (1996-97) di Luigi Mainolfi è una sfera in legno nero (d)a cui (pro)vengono aste lignee di differenti forme e lunghezze. Se letta come trafittura, va da sé il parallelo con il lavoro di Francone; al contrario, se letta come una emanazione dalla sfera, la scultura di Mainolfi significherà un anti-Francone, che oppone un rigido sfondamento con una morbida penetrazione.
Percorrendo i viali del parco, si troveranno disseminate molte altre opere, talvolta nascoste, tal altra imponenti. Proprio alle estremità del giardino, in una casetta posta al centro del lago, è installata la discreta Jura (2002) di José Maria Sirvent. Sigillo spazio-temporale di una passeggiata solitaria che di rousseaviano ha moltissimo.
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