Secondo il sociologo francese Jean Baudrillard la pornografia è in qualche modo il modello secondo cui è possibile descrivere il mondo della comunicazione e delle immagini nella nostra epoca. La pornografia mostra tutto, oscenamente e direttamente proprio come la televisione e la pubblicità invadono il nostro mondo quotidiano di immagini. Brevemente, così il senso di realtà si perde, e proprio attraverso una sua eccessiva presenza. Con ciò si esclude anche inevitabilmente la dimensione seduttiva, che implica invece sempre una parziale negazione o preterizione, la presenza di un segreto, di qualcosa che resta non detto e non espresso.
I lavori di Jeff Burton esposti alla galleria Franco Noero sono principalmente immagini scattate “fuori scena” durante le riprese di film pornografici. Fondamentalmente sperimentano la possibilità di unire diversi livelli espressivi, e così manifestazioni del costume sociale considerate di livello culturalmente basso, come la moda e persino la pornografia, s’inseriscono silenziosamente ma inequivocabilmente nell’opera.
Rispetto all’uso del termine “pornografia” di Baudrillard, qui pare compiersi il percorso inverso. Le modalità proprie di un certo mondo dell’immagine e della sessualità “pornografica” sono reinterpretate in chiave nuovamente “seduttiva” e le immagini inizialmente indecenti ritornano a una dimensione in cui non tutto è esplicito. La caratteristica della pornografia, in cui ogni cosa è ostentata all’eccesso, fino a perdere i contorni della concreta esperienza reale, è ricondotta ad una percezione più sottile, che contemporaneamente lascia lo spettatore nella situazione imbarazzante di un osservatore clandestino, capitato per caso.
In altre parole, se la pornografia trasforma la pulsione sessuale spontanea e originaria in qualcosa di troppo realistico per essere vero, Burton nasconde maliziosamente quasi tutto ciò che accade sulla scena, e la seduzione torna in tutta la sua intensità e vivacità fianco a fianco a una rinata ironia. Le inquadrature, tagliate come uno sguardo sbieco sull’immagine, lasciano indovinare una nuova segretezza e una misteriosa capacità provocazione, a tratti vagamente lasciva.
Un paio di fotografie in mostra fanno invece parte di una seconda serie, in cui immagini di un mondo di lusso e ostentata eleganza sono di nuovo riprese attraverso inquadrature opportunamente scorciate. Sulla Walk of Fame di Los Angeles, gli occhi cadono sui propri passi, e un fascio di luce illumina una stella il cui nome impresso resta illeggibile.
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Maria Cristina Strati
mostra visitata il 9 gennaio 2002
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