La presenza a Torino di Nunzio (Cagnano Amiterno, L’Aquila 1954) è un evento raro. Allievo di Toti Scialoja (Roma 1914-1998), viene agganciato dalla manìa tassonomica di Achille Bonito Oliva nel 1984, quando è accomunato agli altri occupanti dell’ex pastificio Cerere nella “mostra” Ateliers. Nasce, in risposta alla Transavanguardia, la Nuova Scuola Romana. Per Nunzio sono sufficienti due soli anni e già avviene la consacrazione, con la consegna del Premio 2000 come miglior giovane artista alla Biennale di Venezia. Almeno altre due date sono rilevanti nel suo itinerario artistico: il 1989, quando alla collettiva francofortese Prospect 89 presenta un imponente lavoro composto da 51 elementi in legno combusto; il 1995, quando la Gam di Bologna gli dedica un’ampia retrospettiva.
Da Persano la scelta è quella ormai consolidata di esporre poche e selezionatissime opere site specific, ognuna in un’intera sala. Domina la tecnica della combustione su legno, ma un lavoro se ne distanzia senza però interrompere il dialogo. Orgoglio (1989) è costituito da quattro pannelli in legno rivestiti da una lamina di piombo, con una forma che li attraversa creando al contempo un disegno unitario concavo e una forzatura convessa che impone lievi ombre sul metallo.
Le opere in legno combusto, più recenti, racchiudono Orgoglio in un percorso articolato, polisemico -alcuni lavori, infatti, nelle prossime settimane saranno riallestiti- e sicuramente complesso, pur non cedendo alla concettuosità. Una sorta di séparé svela l’apertura della propria base a colchide, mentre alla parte opposta della galleria il legno si svolge e al contempo rende più avviluppata la sua spirale, formando un morbido tendaggio, frutto di un complesso intersecarsi di spire. Una quarta sala è occupata da un’opera che coinvolge lo spazio sia in multidirezioni orizzontali che in verticale. Quattro elementi oblunghi hanno una base modellata a stelle irregolari, e mentre tre di essi sono poggiati a terra e uno svetta verso l’alto, si crea un turbinìo palpabile di forze eterogonali.
Completa o avvia l’itinerario un’imponente installazione che nasce su pareti opposte della sala che la ospita, con due coppie seriali di elementi in legno combusto. Il visitatore che attraversi l’intercapedine fra le due ali sarà costretto a sfiorarne le estremità, evocando pensieri caudini o claustrofobìe da vogatore di un vascello dotato di una carena scheletrica. Ma tale sensazione varierà radicalmente appena si focalizzi lo sguardo in senso longitudinale, in modo da essere guidati da un grande occhio formato da quegli stessi elementi, sfociante sul candido muro della galleria o sul magnifico panorama sabaudo aldilà delle finestre. Si noterà infine che ogni asta che compone il lavoro non è curvata, ma ricavata da blocchi lignei.
Rammentando l’installazione del 1995 a Palazzo Fabroni a Pistoia, sorgerà immediato il pensiero di una delle chiavi di questa mostra, cioè il gioco alternato e contrastato di concavo e convesso, che modula lo spazio a partire da centri propulsori che lo assorbono e/o lo esplodono.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 5 febbraio 2004
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