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fino al 10.V.2008 | Horiki Katsutomi | Torino, Weber & Weber

di - 30 Aprile 2008
In un certo senso, sarebbe bello che all’interno di un ritratto l’apparenza sfumasse come in un deserto, che la fisionomia rassomigliasse al proprio simulacro e che al tempo stesso si perdesse, sfumando, in quello stesso deserto. Dove e sabbia e vento e colori imitano, quando il pennello sulla tela rilascia il proprio permesso, l’impronta. L’orma di una specie di sorriso. L’ultima scia che prende a scomparire. Una meteora fatta di denti.
Viene alla mente una frase di Carroll, scritta come un ritratto; frase che racconta l’ombra di un personaggio, un freak appena incontrato dalla celeberrima Alice: “E questa volta svanì molto lentamente, finendo con il sogghigno, che rimase lì, sospeso, anche quando già tutto era sparito”. Sono esistiti pittori che non ce l’hanno mai fatta (si legga Francis Bacon), pittori che desideravano con tutte le loro forze dipingere l’uomo mentre ride ma che, per estrema, incomprensibile incapacità hanno dovuto desistere. Forse farlo sarebbe un controsenso. La pittura non deve riprodurre nulla che rassomigli all’uomo, se è da questo che viene; da lui deve trarre solo una copia distorta di se stessa, stesa a immagine e a somiglianza del proprio artefice. Dunque, come far sì che l’animale socratico, rimanendo nella propria figura -all’interno dei propri contorni- diventi un uomo che ride? A questa domanda risponde la pittura archetipica di Horiki Katsutomi (Tokyo, 1929).

Nella sua personale torinese, il pittore e filosofo giapponese si manifesta con discrezione, nell’arco ciclico di sedici tele, presentando nuovamente il proprio dipingere latteo, vaporizzato e meditativo. Katsutomi, infatti, si radica perpendicolarmente nella pittura. Forse a causa di un proprio intimo, nascosto diktat, non ne rimane mai estraneo. Si potrebbe affermare, guardando qualsiasi dei suoi lavori, a partire da Doppio Ulisse per arrivare a Calipso III, che si trovi ancora dentro, forse dietro le tele che dipinge.
In questi lavori si centra, presenziando con educazione alla visione rarefatta dei propri soggetti. Di quei miraggi reali nei quali, per arrivarne alla fine, egli stesso deve elevare la rappresentazione alla verità del nulla; designando alla vibrazione del colore il linguaggio del proprio incommensurabile ritorno al viaggio. Al passaggio di stato. Dopo esser rimasto in Italia e in Europa per oltre quarant’anni, Katsutomi traduce la propria grammatica mitica, intessuta di saperi orientali, nelle trame di un codice. Un alfabeto senza rigori, eppure taciturno, silenzioso.

I colori a olio, infatti, intrecciati e decantati, si depositano su spessi laghi che la pittura non interpreta, ma lascia a lato del figurativo, in macerazione. Di tanto in tanto, però, emergono dalle superfici dei bagni rosa cangiante tagli e scriminature; crepe che, come nei ricorrenti ritratti dell’isola di Ogigia, risucchiano l’occhio e il suo taglio. Questi elementi, nella composizione, mettono alla prova tanto il nostro sapere mitico quanto la nostra malinconia, quella di spettatori ormai incapaci di distinguere da quale parte della tela si trovi la somiglianza.

ginevra bria
mostra visitata il 3 aprile 2008


dal 3 aprile al 10 maggio 2008
Horiki Katsutomi – Una grammatica dell’invisibile
Weber & Weber Arte Moderna e Contemporanea
Via San Tommaso, 7 (zona via Garibaldi) – 10122 Torino
Orario: da martedì a sabato ore 15.30-19.30
Ingresso libero
Catalogo con testo di Alessandra Ruffino
Info: tel. +39 01119500694; alberto.weber@libero.it

[exibart]

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