Per inaugurare la nuova sede espositiva di Villa Remmert a Cirié, la GAM – Galleria Civica d’arte moderna e contemporanea di Torino – ha scelto un fotografo piemontese della prima metà del secolo scorso: Mario Gabinio.
Una scelta, fatta con il preciso intento “di proseguire sinteticamente lo studio e la pubblicazione del proprio patrimonio fotografico e storico – hanno rilevato gli organizzatori – operando per la promozione e la valorizzazione della cultura e della produzione fotografica italiana contemporanea”.
Curata da Pierangelo Cavanna, la mostra, dedicata alle Valli Piemontesi, comprende ben duecento immagini, molte delle quali inedite, che percorrono tutta la vita professionale dell’artista dagli esordi alla maturità.
Ma chi è Gabinio? Nato nel 1871 e morto nel 1938 è riconosciuto come uno dei più importanti fotografi del suo tempo. Uno che leggeva la realtà attraverso l’obiettivo; un uomo che aveva sete di conoscenza e che per questo s’avvicinò alle più avanzate sperimentazioni internazionali.
L’amore per le escursioni, che condivise con i fratelli, lo portano ad iscriversi all’Unione Escursionisti Torinesi e successivamente al CAI – Club Alpino Italiano. Immortalare gli immensi spazi che lo circondavano divenne, per lui, sempre più importante tanto da realizzare una serie d’immagini che comparirono nel 1896 sulla guida Reynaudi: le prime pubblicate.
Immagini dalla facile lettura, con tendenze alla riflessione malinconica; è il caso di: “Lago di Viverone”, dove secchi alberi salutano con rispetto l’autunno e “Punta corna”. Qui l’ombra d’un uomo, in classica tenuta da montagna, scruta, dall’alto della vetta conquistata, l’orizzonte innevato.
La realtà extra urbana fu uno dei temi prediletti – soprattutto nel periodo tra il 1925 – 1935: le Valli di Lanzo e quelle di Susa, le studiò in tutte le loro sfaccettature.
La natura e le sue sfumature si mescolarono, con il tempo, alla crescente pratica fotografica che gli permise di dar vita ad immagini che, nel rispetto dell’obbligo documentarista – tipico dell’epoca – emanavano fascino nel soggetto e rigore nelle forme – splendide quelle dove la montagna è presentata “come entità geografica pura – commenta Cavanna. Spoglia di presenze umane, l’autore forza la veduta al panorama in un tentativo d’estrema oggettivazione (…) comprendendo nell’inquadratura figure raccolte a gruppi, destinate a trasmettere un sentimento di consuetudine quasi domestica”.
Guardando queste fotografie, non c’è dubbio che ci si avvicini al mondo dei nostri avi. E’ questa, infatti, un’antologia che passando dalle emergenze monumentali ai ponticelli che facilitavano il passaggio di piccoli fiumi non dimenticando le foto di gruppo fatte durante le escursioni, dona un’immagine completa e variegata del Piemonte di quegli anni.
Federica De Maria
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