Ultimamente l’abbiamo vista spesso in Italia, la brasiliana Valeska Soares (Belo Horizonte, 1957, vive a New York). Al Palazzo Mediceo di Seravezza, alla Fondazione Sandretto di Torino e naturalmente all’ultima Biennale, nella mostra all’Arsenale curata da Rosa Martínez. Ma nessuna personale nella nostra penisola, e a dire il vero nemmeno in Europa. Vitamin ha perciò messo a segno un bel colpo, che consegna alla giovane galleria torinese un prestigio assicurato non soltanto dal “nome”, ma pure dal carattere della mostra. Il suo fulcro consiste infatti in un’unica, ampia installazione site specific ispirata, come recita il titolo della mostra, al mito di Narciso.
In questo caso non è dunque la danza sospesa vista a Venezia ad interrogare lievemente lo spettatore. È una stasi rapita. Quella che medusizza l’egotista ovidiano, lo catapulta nel disagio e lo affrange beffardamente. Ma mentre nel racconto “originario” lo stadio dello specchio di psicanalitica memoria subisce un arresto nel non-riconoscimento (di sé stessi), nella superficie riflettente di Soares lo spettatore deve compiere uno sforzo di identificazione per comprendere la natura delle candide figure che ne emergono o si attardano sulle sue rive. Lo sforzo richiesto è dettato dalla peculiare specularità. Sono infatti pressoché informi se osservate nella loro apparizione “positiva”, mentre assumono realtà mimetica soltanto quando sono simulacri di sé nel riflesso. Un paradosso che ci costringe a curvarci per vedere cosa alberga aldilà delle forme.
A Ovidio si affianca dunque tutta una letteratura che potremmo sintetizzare nella formula “da Platone a Matrix”, magari passando per Giulio Paolini. E tuttavia, rispetto a quest’ultimo, quel che emerge dal lavoro della brasiliana è una palpabile leggerezza.
Che rende leggero anche il lavoro, lo sfronda dall’intellettualismo, ne pota il carattere saggistico, lasciando che sia magari il riflesso di un altro spettatore a ridestarci e a farci riflettere. Solo post facto, con un invito cortese, che saremmo tentati di definire subdolo. Non è il turbine che coglie la scelta di un’Alice che varca risoluta lo specchio, piuttosto un confondersi capzioso di ombra e corpo che assorbe il pensiero in circonvoluzioni ovattate e disorientanti.
Tutto ciò viene poi in un certo modo disvelato, immesso in un processo veritativo più materiale per mezzo dei piccoli, discreti disegni su porcellana che ornano le pareti della sala retrostante e i cui segni a matita proseguono sulle pareti della galleria. Da quegli schizzi, e da molti altri eseguiti su carta, nascono quelle sculture che si affacciano sul lago. Prima scansionate tridimensionalmente, poi lavorate utilizzando il polistirolo. A testimonianza che la magia onirica e fabulosa può avere un’anima industriale e chimica.
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