Autostrade, stazioni, metropolitane e supermercati sono divenuti protagonisti della nostra epoca postmoderna, da quando Marc Augè ne ha teorizzato quel particolar modo di non-esistenza che consiste nel dissolvere la propria consistenza nel servizio offerto alla capacità-necessità di spostamento degli uomini e delle merci. La nostra attuale esperienza esistenziale del mondo è fortemente influenzata da questi non-luoghi, come dimostra l’ultima mostra di Pier Luigi Meneghello. L’artista torinese ha deciso, un anno fa, in tempi non sospetti, d’introdursi nel progetto di alta velocità Torino–Milano, attratto dall’imponenza formale e dal profilo fuori dal tempo che possiede il gigantesco cantiere. Come un lievito, capace di trasformare la materia in cui viene inoculato, Meneghello devia l’essenza del progetto e lo blocca, con buona pace della TAV spa che per la prima volta presta attenzione e risorse ad un progetto d’arte. Nelle installazioni destinate a durare il tempo di un “incidente”, vediamo l’uso scultoreo e performativo che Meneghello fa del modulo prefabbricato, di questa particella elementare del linguaggio edilizio trasformata da una sensibilità formale e simbolica. In Infinite! Stop1 (2004), un prefabbricato rosso posto sui binari interrompe il flusso immaginario ed infinito delle due rette parallele.
La libertà che qui “parla” (come dal titolo della mostra) è quella di un’arte che scompone il mondo dei significati, legati alle funzioni degli oggetti, per costruire un mondo di simboli nel quale gli stessi oggetti vengono pensati come forme pure e riutilizzati in azioni definalizzate volte a comporre nuove idee. L’artista destruttura il discorso del cantiere, presenza evanescente destinata a dissolversi nell’opera monumentale, a sua volta dileguata nella propria funzione di invisibile arteria ad alta percorribilità.
Per Meneghello lo spazio del progetto-cantiere è una somma di “luoghi reali” che “chiedono disponibilità verso l’avventura nello spazio e nell’imprevisto”. Come in The Exclusion, dove un prefabbricato rosso cade come un frutto incidentato dai pilastri portanti di un massiccio viadotto grigio, assolato, silente. O come in Freedom Says Come Out, dove si fa elemento di costruzione, torre svettante nel nulla di un cratere prodotto da probabili scavi di livellamento. O come in You Know There’s Nothing There, in cui Meneghello interrompe la quotidiana routine produttiva del cantiere e invita ingegneri e operai a seguirlo nella ricostruzione di un villaggio immaginario; in visioni e avventure spaziali sedimentate in accurate fotografie di scena, che in verità sintetizzano le incursioni performative e relazionali di questo artista virale, portatore sano di follie progettuali. “Il concetto”, dice Meneghello, “nasce di volta in volta insieme a qualcuno o qualcosa”. Li studia a lungo costruendo un taccuino fatto di immagini e testi dall’icastica forza poetica.
In queste inconsuete tavole di progettazione il linguaggio dell’utile si trasforma in linguaggio dell’arte: dispendio e generosa dilapidazione di sensazioni, la cui giustificazione inappuntabile è la volontà di aprire “spazi ignoti di libertà”, che ci rendano “responsabili di nuovi rapporti”. Un fine che l’arte ha il dovere di perseguire se vuole continuare a (non) essere (mai) se stessa, ma sempre una contestazione del mondo, della sua realtà spessa come una coltre di denso fumo sulle cose.
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