Certo, il tema non è di quelli che attirano le folle. Pur defilata, la mostra alla Promotrice è forse l’evento di maggior spessore fra quelli organizzati a Torino nel corso delle Olimpiadi della Cultura. Si tratta infatti della più ampia e importante esposizione sul Quattrocento sabaudo dai tempi pionieristici di Gotico e Rinascimento in Piemonte, curata da Vittorio Viale nel 1938 e ‘39. Nei decenni successivi numerosi studi hanno approfondito le conoscenze sull’argomento; da ricordare almeno, come tappe intermedie, le mostre Valle di Susa (1977) e Jaquerio (1979).
Ogni aspetto della vita e dell’arte nel ducato di Savoia del XV secolo ha trovato posto nel ricco percorso espositivo, partendo dalle ingenue rappresentazioni cartografiche e dalle decorazioni architettoniche in cotto, tipiche del Gotico piemontese. Si prosegue con sigilli e monete, cofanetti in avorio, tavolette da soffitto dipinte, legature di codici, ferri battuti, raffinati vetri dipinti. Sbalorditiva è soprattutto la raccolta di miniature (dal Codex astensis di Giovannino de’ Grassi, agli apporti franco-fiamminghi di Jean Bapteur, Antoine de Lonhy e Jean Colombe, fino al mélange nordico-rinascimentale del Miniatore di Giorgio di Challant) e di oreficerie e reliquiari (da citare almeno il Pastorale di Guglielmo di Villien e le Croci astili di Jean de Malines). Notevoli sono inoltre i paramenti liturgici ricamati (con cartoni dell’ambito di Rogier van der Weyden e del Lonhy), gli intagli lignei e le vetrate (splendide quelle dello svizzero Pietro Vaser).
L’apertura verso le arti decorative, d’obbligo per un’istituzione come il Museo Civico di Torino che organizza la mostra, nato nell’Ottocento nel clima Arts & Crafts, sottolinea la varietà delle suggestioni culturali recepite nei territori sabaudi, favorita dalla posizione geografica (data l’estensione dello stato dalla Svizzera alla Savoia, al Nizzardo, a Vercelli) e dai rapporti dinastici.
La catena alpina era attraversata da committenti, artisti e opere, che rivelano una spiccata predilezione per le componenti nordiche (francesi, borgognoni, fiamminghe, tedesche, provenzali). Figura emblematica di pittore itinerante è quella del torinese Giacomo Jaquerio, protagonista del Gotico Internazionale nell’area sabauda, accostato in mostra alle sculture attribuite allo sluteriano Jean de Prindall e al valdostano Stefano Mossettaz. L’arrivo dell’ars nova è ricordata dai capolavori di Van der Weyden e del bavarese (attivo soprattutto in Savoia) Hans Witz, che rilegge i modelli del suo probabile parente Konrad Witz con un estro visionario (si veda la magnifica Pietà di New York).
Indimenticabile -e forse irripetibile- è poi la sala dedicata ad Antoine de Lonhy, che raccoglie quasi tutte le sue opere mobili (escludendo ovviamente quelle esposte ad Alba), fra cui la Trinità di Torino e la Presentazione al Tempio ora a Greenville (Usa). Piace segnalare infine, tra le molte sculture lignee, l’Adorazione dei Magi di Ivrea, che ben si sarebbe ambientata anche alla recente mostra al Castello Sforzesco, visti i suoi accenti lombardi.
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