Nota principalmente per la sua attività di videomaker, l’italo-canadese Floria Sigismondi (Pescara, 1965. Vive a Toronto e New York) utilizza il medium del video e della fotografia con uno stile originale e affascinante. Sono noti anche al grande pubblico almeno alcuni dei videoclip girati per popstar trasgressive ed eccentriche come Marilyn Manson, David Bowie e Björk. Personaggi accomunati non certo dallo stile musicale, ma dall’indagine sul corpo e sull’identità. Spesso si è trattato di operazioni dal taglio prettamente commerciale, ma che hanno avuto il pregio di scardinare i pregiudizi relativi agli orientamenti sessuali, alla caratterizzazione di genere e alla stessa funzione del “video musicale”, come si chiamava un tempo. In questo senso, il lavoro di Sigismondi si colloca in una di quelle fratture grazie alle quali si può offrire ad un pubblico quantitativamente notevole prodotti di videoarte che rimarrebbero altrimenti confinati in gallerie d’arte e musei. Un discorso che in questo senso la imparenta con i memorabili clip di Chris Cunningham, che non a caso ha lavorato, tra gli altri, con Aphex Twin, musicista coinvolto ancora una volta nel discorso sull’identità.
Basti pensare ai volti sempre uguali dell’artista elettronico ripetuti su corpi infantili (Come to Daddy) e alla voluta confusione col proprio fratello maggiore deceduto, Richard D. James.
È dunque l’indagine sulla persona, che perde i suoi aspetti agostiniani e coscienziali, ad essere ripresa nei lavori fotografici di Sigismondi. Dove l’attenzione è rivolta ai confini fra bambino e adulto, uomo e donna, sacro e profano, vita e morte. Che in maniera perturbante tendono non tanto a confondersi, ma a giustapporsi in miscelazioni bellmeriane, cioè disarticolate, o meglio iper-articolate. Se poi si tiene conto anche del setting, preparato con maniacale precisione e cura; dell’attenzione compulsiva per le luci, i “costumi”, le espressioni dei volti, l’atmosfera dark imperante, allora il fattore unheimlich si fa preponderante. In una mescolanza di elementi che fa tornare alla mente un mix inquieto di Matthew Barney, David Lynch e il citato Hans Bellmer. Una selezione d’una ventina di questi scatti è visibile nella galleria torinese, in una personale che potrà essere approf
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