Con la mostra di Maurizio Vetrugno alla Galleria di San Filippo si inaugura il ciclo Profili promosso dalla Regione Piemonte che ha lo scopo di far conoscere al pubblico l’opera di quegli artisti che per ragioni anagrafiche non possono appartenere né alla categoria dei grandi maestri né a quella dei giovani. Annualmente verrà allestita un’antologica dedicata ad un artista piemontese, o comunque operante nel territorio, con l’intento di mostrare il suo lavoro. I curatori Luca Beatrice e Guido Curto hanno intrapreso quest’avventura con un certo “spirito di conservazione” perché non si corra il rischio di dimenticare una generazione che ha molto da dire.
Maurizio Vetrugno ha partecipato attivamente alla preparazione della mostra come in una sorta di work in progress. Torinese di nascita (è di Sant’Antonino di Susa), adottato dalla città di Bologna negli anni in cui frequentò il DAMS che poi lasciò per tornare a Torino, esordì negli anni Ottanta con la prima importante personale alla Galleria Carbone dove espose opere figurative di decostruzione della figura di Buddha. In quegli anni Vetrugno era influenzato da fumetti come Tintin o dalle icone appartenenti all’immaginario collettivo. Grande sperimentatore di linguaggi e precursore di molte tendenze odierne, Vetrugno utilizza il ricamo, il feticcio, la musica, con grande consapevolezza. Le sue opere parlano per lui. Il percorso allestito sembra realmente una autobiografia fatta di opere anziché parole, attraverso di esse si può cercare di capire, di carpire, la sua poliedrica personalità, le sue passioni, pulsioni, ispirazioni. Una sorta di nomadismo traspare dalle sue opere. L’attrazione fatale per i mari di Bali e dell’Indonesia viene esplicitata dall’uso di materiali come gli ossi di seppia nel pannello assemblato che diviene schermo sul quale vengono proiettate immagini, un linguaggio fatto di suono e materia. L’Oriente rappresenta un vero e proprio crogiolo di ispirazione per il suo lavoro soprattutto a partire dagli anni Novanta, quando comincia a viaggiare. Ma molte altre sono le fonti a cui attinge.
Nell’intervista presente sul libro che correda la mostra Vetrugno si confessa ai curatori in un dialogo informale dal quale si può solo in parte intuire il percorso di questo artista che ha fatto delle sue passioni un’arte e che per questo non può non essere ammirato. È raro non rimanere colpiti, turbati, affascinati quando una persona mette in gioco i propri sentimenti nel lavoro che svolge. È così che ci si sente camminando fra sue le sculture, le fotografie, le opere di grafica, le sete fruscianti, in fondo si curiosa nella sua vita come un voyeur.
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Michela Cavagna
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