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Fino al 16.VI.2001 | Carlo Levi, Galleria di ritratti, 1926-1960 | Torino, Studio Enrico Paulucci

di - 4 Giugno 2001

Al terzo piano di un palazzo ottocentesco in Piazza Vittorio Veneto, cuore storico di Torino, c’è, o meglio c’era fino al 1999, lo studio di Enrico Paulucci. In quell’anno il pittore genovese di nascita ma torinese d’adozione, morì, ultranovantenne, ma l’appartamento in cui aveva lavorato per molti anni ora ha ritrovato una nuova destinazione: ospita infatti un archivio che documenta l’esperienza artistica di Paulucci ed è sede, fino al 16 giugno, di una mostra che raccoglie quarantacinque ritratti eseguiti, nel corso di oltre trent’anni, da Carlo Levi (Torino, 1902 – Roma, 1975) poliedrico artista dalla personalità per molti versi affine a quella di Paulucci, e suo compagno nell’avventura pittorica dei Sei.
Il gruppo dei “Sei Pittori di Torino” nacque alla fine del 1928, e comprendeva, oltre a Paulucci e Levi, Jessie Boswell, inglese giunta in Italia nel 1906, Nicola Galante, incisore abruzzese, Francesco Menzio, nato in Sardegna da genitori piemontesi, e il torinese Gigi Chessa. Le caratteristiche e le finalità del gruppo sono ricordate nelle parole dello stesso Levi, pubblicate in un testo del 1965 e riportate da Mirella Bandini: «Lo spirito dei “Sei” si fece nell’intransigenza morale e politica, nel rifiuto della servitù e del conformismo, nell’affermazione della libertà come una realtà da creare e conquistare in tutti i suoi momenti, e i suoi modi, anche in quello del linguaggio pittorico. L’origine vera del gruppo è nello stesso atteggiamento intellettuale e morale che aveva mosso il giovane Gobetti, e con lui e dopo la sua morte, i suoi compagni, che cercarono di continuare, in modi diversi e di fronte a una realtà sempre più dura e più chiusa, quella che era stata Rivoluzione Liberale».

I ritratti di Paola Olivetti, Carlo Rosselli, Leone Ginzburg, Filippo De Pisis, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Pablo Neruda, Anna Magnani, Frank L. Wright, Cesare Pavese, Italo Calvino rappresentano alcuni dei capitoli di un’autobiografia ideale che documenta momenti storici diversi: dal confino in Lucania, cui l’autore fu costretto a causa della sua opposizione antifascista, e durante il quale concepì il capolavoro “Cristo si è fermato a Eboli”, alla guerra combattuta nelle file della Resistenza, fino all’interesse attivo per i problemi socioeconomici del Mezzogiorno.
La raccolta di ritratti proviene dalla Fondazione Carlo Levi di Roma, della quale ha inaugurato la nuova sede. Il percorso espositivo ha inizio dai dipinti della seconda metà degli anni Venti, quando era ancora visibile l’influsso casoratiano, soprattutto nel possente impianto volumetrico delle figure, scolpite dal chiaroscuro; prosegue quindi con i ritratti degli anni trenta e Quaranta, caratterizzati da una marcata impronta espressionista, rilevabile nelle pennellate forti e ondeggianti, e termina con le opere dei due decenni successivi, ormai accostabili al realismo della Scuola Romana.
Durante tutta la sua vita Levi dipinse oltre cinquecento ritratti, perché “…il ritratto è un pensiero realizzato come rapporto con l’altro… Ha sempre una doppia natura, che si rispecchia in se stessa e si riflette e si assomiglia. Il ritratto deve dunque, per essere tale, essere somigliante”.

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Giorgia Meneguz




Carlo Levi, “Galleria di ritratti”, 1926-1960. Torino, Studio Enrico Paulucci – Archivi e Documentazione, Piazza Vittorio Veneto n. 24, 10123, tel. e fax +39 011 8172522.
Dal 2 maggio al 16 giugno 2001.
Orario di visita della mostra: da giovedì a sabato dalle ore 17,00 alle ore 19,30.
Ingresso libero.
Catalogo: a cura di Pia Vivarelli, £ 40.000.
Accesso disabili: NO; lingue straniere: NO; audioguide: NO; bookshop: NO; bar: NO; tempo visita: 45 minuti.


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  • Ho letto, e ricordo sempre con piacere, "Cristo si è fermato ad Eboli" il libro che Carlo Levi scrisse nel periodo del suo confino in Lucania. Non avevo mai visto i suoi ritratti, in essi i volti delle persone sono malinconici, assenti, rassegnati, ha messo in essi la sua sofferenza. Dipinti degni di lode che lui realizzò come rapporto con la persona che pensava.

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