Le raffigurazioni di Omar Galliani (Montecchio Emilia, 1954) rappresentano un pretesto per guardare oltre l’ordinario, per muoversi alla scoperta dei territori poco battuti dell’interiorità. Le sue protagoniste femminili fungono da guida, traghettano lo spettatore verso luoghi misteriosi e per questo temibili, anche laddove “è consentito far soggiornare i nostri oggetti scomparsi, le figure significative della nostra infanzia e della nostra vita” (Marisa Vescovo, dal testo pubblicato in catalogo). Per l’artista, del resto, il passato non può che essere un mondo parallelo essenziale ed imprescindibile.
Inaccessibili e un po’ perverse, le sue Lolite vestite di sacralità aprono la strada a tutti i “pensieri non pensati” (Vescovo) ed invitano a riflettere sui concetti di attesa, rinnovamento, realizzazione del desiderio. Rimandano alla freschezza propria della gioventù e alla bellezza della vita, ma al contempo alla sua precarietà e all’incertezza del sé.
E’ tutta incentrata sull’efficacia comunicativa del simbolo, questa mostra torinese di Galliani. Sono presenti i gioielli (serie Di perle e di seta), emblema dello spirito universale, delle ricchezze sconosciute dell’inconscio, secondo l’esoterismo islamico essenza incorruttibile dell’essere. E poi le perle, icona della femminilità generatrice, archetipo di tutto ciò è puro, celato, difficile da conquistare. Ed ancora i fiori. Nello specifico la rosa, che è mandala, simbolo di perfezione, ricettacolo di energie spirituali.
Nell’ampia tavola In-rosa, una pioggia di foglie e boccioli scende verso il basso, su un fondo scuro di graffite che è costellato di minuscoli astri ottenuti con colpi di scalpello sul legno di pioppo, dolce e lattescente. Queste lievi lacerazioni sono accomunabili alle graffiature e alle incisioni che abitualmente Galliani combina all’utilizzo della matita, e nondimeno alle ferite ch’egli disegna –in rosso vivo– sui corpi.
Tra i lavori di maggior intensità, spicca un pezzo appartenente alla serie Nuove anatomie. Qui, ripresa dalle spalle in su, la figura femminile –una Madonna contemporanea trafitta però come un Cristo– è circondata da una linea interrotta da piccole tracce segniche, come fosse un segmento di filo spinato, una corona di rovi, o ancora un’aura di santità. Un motivo che riporta anche, in qualche modo, ad una collana di perle leggere, in un gioco di rimandi stilistici ed iconografici tutt’altro che gratuiti.
E’ innegabile, c’è un fitto intrico di corrispondenze alla base dell’arte di Omar Galliani, proprio come suggerisce la relazione di affinità che lega la seta, evocata nel titolo della mostra, alla levigatezza della superficie dei petali dei fiori, ma altresì alla pelle delle giovani effigiate. La loro epidermide -e qui la produzione di Rabarama insegna…- si rivela un territorio di confronto e di scambio, una membrana protettiva nella quale è possibile aprire una breccia per raggiungere la dimensione più intima. Una pergamena traspirante, comunque vulnerabile e sensibile, su cui è impresso il passato e che forse può serbare alcuni indizi sul futuro.
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sonia gallesio
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