In questi lavori recenti Cristiano Berti riflette sulla memoria urbana, cogliendola nelle zone d’ombra del vissuto quotidiano, fatto di maschere inquiete e derive esistenziali.
La serie fotografica in mostra rappresenta Corso Regina Margherita, centralissimo viale torinese -ritratto nei pressi del Parco della Pellerina- dove prostitute in gerarchica parata erano solite contrattare il prezzo del proprio corpo (prima dello sgombero imposto dall’amministrazione comunale, probabilmente in vista delle Olimpiadi). Prostitute che, con la loro vicenda, danno lo spunto all’artista per intraprendere una riflessione sui temi della marginalità e della multiculturalità. E del modo in cui queste ultime stabiliscono la loro presenza e il loro valore all’interno della memoria collettiva.
La riflessione nasce pretestuosamente dal termine Iye Omoge che, come spiega l’autore, significa in Edo -lingua delle donne nigeriane- la madre di Omoge. Una donna matura che si comporta da ragazzina. Era questo difatti il nome africano della third class del corso torinese, la più a buon mercato per i clienti delle prostitute, distinta dalla first e dalla second class occupate da teeneger che nominavano così le meno giovani colleghe. In tempi recenti il viale, troppo centrale per risultare indifferente spettatore di un tale passeggio, appare deserto, privato di quell’organizzazione compatta e spontanea.
Berti nobilita questa memoria sotterranea, questa wild side torinese, facendone l’oggetto privilegiato del suo lavoro. Eppure l’artista sembra dire qualcosa di più profondo e complesso attraverso questa triplice finestra aperta sulla controversa storia del Corso; sembra dire che la memoria è soprattutto oblìo, continua dimenticanza, intima e necessaria finzione.
Berti sceneggia ormai da tempo gli spettacoli del reale, nei termini di metafisici e surreali remake, rappresentazioni che non arrivano a coincidere in nessun punto, feedback costitutivi di una realtà smemorata rispetto gli eventi particolari.
Un reale quindi, quello che fotografa l’autore, in perenne divenire, che tende a vestirsi sempre di nuove evidenze, di sogni e aperture prospettiche infinite. Con l’ultimo scatto che titola la mostra, Alternate Takes, Berti passa a riscaldare, giungendo al massimo di liricità, la temperatura gelida –da documentazione antropologica- che caratterizza il resto della serie. Lo sguardo cresce difatti su toni di poesia essenziale, come risultato di una mutata scelta d’inquadratura (grandangolare e punto di vista rialzato), quasi a voler definire l’emozione sospesa ed ineffabile dell’imprevedibile percorso di un semplice ricordo.
Redazione Exibart
mostra visitata il 18 febbraio 2006
[exibart]
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