Le immagini di guerra, quelle che mostrano nei termini più crudi la sofferenza fisica dovuta alla fame, al freddo, al costante respiro del pericolo, sono quelle che più colpiscono l’animo umano, quelle che più d’ogni altre ci fanno riflettere sul senso della vita, del dolore; su cosa è veramente importante: la salute, la dignità, la possibilità di essere sereni. Così, quando si osservano immagini di popoli in guerra, o semplicemente vittime della guerra e di giochi di potere tra superpotenze, quello che è la tecnica dell’immagine – inquadratura, luce, ecc. – svanisce e restano solo gli sguardi dei ragazzi, i corpi, gli abbracci delle madri ai loro figli, delle donne alle donne.
Che cosa si ricorda della mostra di Arenas? La sincerità. La sincerità con cui si racconta la realtà vista dagli occhi e filtrata dall’obiettivo durante il duplice viaggio a Baghdad – febbraio-marzo e poi settembre-ottobre 1999.
Nel 1991 iniziò il bombardamento radioattivo che finì 39 giorni dopo; quindi la guerra civile e l’embargo: “senza aiuti esteri, senza medicinali, senza generi di prima necessità”. Saddam Hussein oggi domina ancora, forte della nuova immagine nei confronti delle Nazioni Arabe; per gli altri, per il popolo, rimane la Sofferenza, la Fame giacché le sanzioni imposte dagli stati vincitori hanno affamato più di venti milioni di iracheni.
Nel diario fotografico di Arenas, che si caratterizza per il suo aspetto documentaristico limpido ed efficace – che gli deriva dall’attività di fotoreporter intrapresa nel ’90 e che lo ha visto collaborare con l’ABC di Siviglia e l’Andalucía Actualidad – l’immagine di Saddam è una presenza costante che si trova sui muri e nelle vetrine dei negozi. Il suo sguardo vigila e osserva distaccato la sopravvivenza del popolo. Gente che Arenas ha incontrato nelle strade, nei luoghi di culto, negli spazi adibiti alla cura. Si affrontano così i grandi tempi sociali della scolarizzazione che si contrappone al lavoro minorile, la violazione dei diritti umani, la sanità, la religione, la vita di tutti i giorni. Quest’ultima, scorre inesorabile e si porta via i bambini (circa cinquecentomila dopo l’Embargo), la cui mortalità nel periodo ’94-’99 è stata – secondo i dati UNICEF – del 131 per mille anche a causa delle malattie; tra le più diffuse: cancro, leucemie e malformazioni genetiche, conseguenza dell’uranio impoverito scaricato durante i bombardamenti americani.
La mostra è stata organizzata dalla Fondazione Italiana per la fotografia con il contributo di Regione Piemonte in collaborazione con Forum delle Associazioni.
Federica De Maria
mostra visitata il 22 aprile 2002
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