Prosegue con successo la mostra su Virginia Oldoini Verasis contessa di Castiglione, presso il nuovo centro espositivo torinese all’interno di Palazzo Cavour. Costruito nel 1729 dall’ingegnere Plantery per volontà di Michel Antonio conte di Cavour, questo edificio storico è tra i più significativi di Torino, sia perché vi nacque e morì Camillo Benso, sia perché rappresenta uno dei migliori esempi dell’architettura barocca piemontese del Settecento.
Grazie alla documentazione ed ai materiali provenienti da numerose collezioni pubbliche e private e da musei italiani, francesi e svizzeri, “La Contessa di Castiglione e il suo tempo” rappresenta un significativo e facilmente leggibile contributo alla ricostruzione del personaggio della Contessa, nel contesto della sua epoca. Gli oltre trecento pezzi fanno sì che la mostra si distingua dalla recente esposizione parigina, “La Comtesse de Castiglione par elle-même”, centrata sulla raffigurazione di sé attraverso il ritratto fotografico.
Una leggenda romanzesca ha a lungo attribuito alla Contessa un ruolo essenziale nell’avere fatto abbracciare a Napoleone III la causa del Piemonte di Vittorio Emanuele e di Cavour, tanto che non si è esitato a presentarla come uno degli artefici, insieme con Cavour, dell’unità italiana. Alla costruzione di questa leggenda contribuì la stessa Contessa, firmando una delle sue tante foto con le parole “Italia feci!”. La realtà, storicamente accertata, dissolve il mito e riduce i fatti a dimensioni più piccole e meno importanti.
I temi presenti nella mostra sono: i personaggi protagonisti della vita delle corti parigina e torinese nella seconda metà dell’Ottocento; nelle sale del Palazzo Cavour sono raccolti accanto ad immagini fotografiche e ritratti dipinti e scolpiti, oggetti,arredi, vestiti e gioielli dell’eccentrica e fantasiosa Contessa, capace anche di dare un significativo contributo al rinnovamento della moda del Secondo Impero.
Il cuore della mostra è costituito naturalmente dai ritratti della Contessa, una donna che coltiva, per tutta la vita, un autentico culto per la propria immagine e per la propria bellezza. “La più bella donna del secolo”, questo è il titolo che lei stessa voleva dare alla mostra di circa cinquecento suoi ritratti fotografici da allestire in occasione dell’Esposizione Universale del 1900 a Torino.
La “divina Contessa”- come la chiama Robert de Montesquiou, primo biografo di questo personaggio femminile – ha portato -come ci spiega nel testo del catalogo Martina Corgnati, curatrice, insieme con Cecilia Ghibaudi, della mostra, – ad un punto d’assoluta rottura di certe ossessioni del suo tempo, le ha incarnate con una determinazione talmente estrema da superarle, annunciando invece quelle che sono alcune caratteristiche del Novecento, in altre parole del “nuovo femminile” emerso da un intero secolo di emancipazione.
Il percorso espositivo ben articolato, la scelta del luogo, Palazzo Cavour, il gran numero di pezzi esposti, permette al visitatore un piacevole “ritorno al passato”, un’immedesimazione nel periodo approfondito ed una sorprendente scoperta, come la chiama Giampiero Leo assessore alla cultura della regione Piemonte, nel conoscere una faccia diversa, più romanzesca che politica, del periodo che ha portato all’Unità d’Italia.
Dal 16 maggio è anche possibile ammirare la preziosa parure che la Contessa regalò, alla vigilia degli anni ’70, alla cugina Francesca Radicati di Brozolo, figlia del Generale Enrico Cigala, aiutante di campo di re Vittorio Emanuele II. Composta da girocollo, anello ed orecchini, la parure, indossata dalla Contessa Francesca in occasione di un famoso ballo a Palazzo Madama, è in zaffiri rosa tagliati a cabochon e legati in oro filigranato bianco, rosso e giallo.
In sintesi una mostra che consiglio di vedere perché ben organizzata, accompagnata da un ottimo catalogo.
L’unica nota negativa riscontrata riguarda le didascalie, precise nei contenuti informativi ma difficilmente leggibile a causa della scelta del carattere e del supporto; la mancanza della traduzione almeno in lingua inglese, sia delle didascalie che del catalogo, rischia di rendere la mostra poco leggibile dal turista internazionale.
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