Corpicini che affiorano da fondali rettangolari, monocromatici. Visi puntinati soltanto da occhi appena accennati, oppure incorniciati da chiome ugualmente stilizzate. Cravattine, colletti, calzette e grembiulini riempiti da nuance tenui.
Le scolaresche dipinte da Valerio Berruti (Alba, 1977) approdano a Torino direttamente da New York, da un prestigioso atelier di Manhattan in cui l’artista è attualmente ospite –insieme ad altri nove provenienti da tutto il mondo– grazie ad una prestigiosa iniziativa dell’International Studio & Curatorial Program.
In mostra a Torino una serie di quindici opere, caratterizzate da un gesto compositivo sicuro e fluido: affreschi su tela di juta, fotografie arricchite da interventi pittorici (che da iniziale fonte d’ispirazione si elevano, qui per la prima volta, ad artefatto vero e proprio) e disegni a pastello su cartone.
In questi nuovi lavori le famiglie si allargano, i piccoli gruppi diventano intere classi, immortalate nelle intramontabili foto di fine anno, ma pur sempre nuclei compatti, permeati da sentimenti e rapporti personali.
Mai banali, le figure di Berruti sono semplici, elementari, atemporali: più che adatte, insomma, ad incoraggiare l’immedesimazione dello spettatore e ad assumere una pregnante valenza iconografica. Input per collegamenti emozionali soggettivi, favoriscono “un’ipotesi di un passato che potrebbe essere anche il nostro”, scrive Vittoria Coen in catalogo, tant’è che “quanto più ridotto è il principio di individuazione tanto maggiore è la possibilità di riconoscersi nel bambino”.
Così come il tema della memoria, il concetto di tempo rappresenta una costante nella produzione dell’artista piemontese. Nella serie Waiting (2000-2001), ad esempio, si percepiva forte uno stato di sospensione, così come nei successivi Saints Kids che riportavano a valori universalmente riconoscibili, in virtù di un perfetto equilibrio tra contemporaneità e tradizione. Del resto, anche la tecnica che Berruti utilizza maggiormente, quella dell’affresco, possiede radici lontanissime pur conferendo al suo lavoro una connotazione sorprendentemente attuale.
Autosufficienti, scevri di particolari oggettivi o arbitrari, sgravati da ogni possibile eccesso di forme e colori, i suoi piccoli personaggi non hanno bisogno di alcun contesto scenografico. Anzi, l’estrema semplificazione li rende ancora più comprensibili, immediati e rassicuranti. Sono presenze leggere, mai aggressive, garbate seppur incisive. Dietro la loro apparente immobilità, poi, si cela paradossalmente un ritmo vitale suadente, musicale, ricco di potenzialità e promesse.
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sonia gallesio
mostra visitata il 29 ottobre 2005
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ormai da tempo la copia di sè stesso...
che palle che banali ... ma ancora si disegna? ancora la tecnica e il tretto hanno una sua importanza?
h vero siamo in italia ma un'altra transavanguardia non ci sara' piu'...