L’impressione che si prova, dopo aver visitato la collettiva orchestrata da Andrea Bellini nella galleria di Antonio Tucci Russo, è simile a quella epidermica che segue l’ascolto di una precisa tipologia “esecutiva”. È come se si vedesse il compositore (un Cage per esempio) dirigere un’opera concepita per restare aperta ad esiti incontrollabili. Similitudini a parte, il curatore ha proposto una lettura precisa e condivisa della scultura contemporanea. Scegliendo il côté astratto e concettuale e suddividendolo in due filoni, che per sintesi vengono definiti “fenomenologico” e “metafisico”.
A guastare la verifica sul terreno delle opere interviene però Robin Rhode, e la teoria collassa. Oppure, per vedere il bicchiere mezzo pieno, si può dire che una teoria si valida anche e soprattutto nell’eccezione. Ma quest’ultima resta irrisolta, e provoca. Poniamo che lo spettatore stia osservando rapito la nuova astrazione astrofisica di Gianni Caravaggio, con un buco nero estroflesso in polistirolo bianco che sfocia in un groviglio energetico (Catturatore di volumi), oppure la criptosofia di Francesco Gennari, “concretizzata” in un triangolo iperbolico in panna-ceramica (La degenerazione di Parsifal). Ma alle sue spalle fa la posta il suddetto Rhode, che si rotola a terra per una trentina di volte in fotografia fingendo d’essere un ginnasta agli anelli, che tuttavia sono soltanto (!) tracciati sull’asfalto col gesso (Untitled/Rings).
Oppure si sta ammirando la competenza divulgativa con la quale Paolo Piscitelli illustra la “teoria del cappuccino” di Perkowitz (Aria), e nel frattempo il ragazzino di cui sopra si crede una rockstar e compie evoluzioni da contorsionista nel rapimento canterino. Manco a dirlo, i micorofoni sono soltanto (!) disegnati sulla parete e il sonoro è ridotto al silenzio, mentre le immagini hanno il viraggio tipico delle pellicole impressionate in super8 (Microphone).
Dopo aver macinato chilometri, lo stoicismo prende il sopravvento e si avrebbe tutta la buona volontà per discutere seriosamente di quell’arte che -diceva Penone?- ha il rimorso di avere occupato impunemente una fetta di spazio. Verrà in soccorso almeno l’algido Björn Dalem? Fino a un certo punto, perché ha costruito un’imponente struttura che pare un incrocio fra l’Enterprise e lo scheletro d’un dinosauro. Certo, son cose ben diverse, ma non è facile decidere, con la stanza satura di quel fumo che adorna i dancefloor delle più rinomate discoteche rivierasche (Bermuda).
Ultima, remota speranza: le sale al pianterreno. Dove dovrebbe spiccare Conrad Shawcross, col remo tiresiaco che funge anche da pula (Winnowing Oar) oppure con quegli impeccabili prismi lignei che sono un concentrato di riflessione cinetica (Three etymologies and their inter-relations). Ma non c’è scampo: Rhode attira l’attenzione anche dal piano superiore, con un’altra serie di scatti in cui simula (!) l’interazione con un metropolitano albero della cuccagna.
Al giovane sudafricano abbiamo assegnato alcuni punti esclamativi. Un’interpunzione per richiamare il fatto che quei gesti leggeri, giocosi e dinoccolati sono gravidi di senso. Nulla va sottratto nel complesso ai cinque scultori “organici” alla mostra. Ma per contrasto emerge la semplicità con la quale Rhode è riuscito a proporre un sistema postmediale che unisce e sublima performance, disegno, fotografia, videoarte e… scultura, se con questo termine intendiamo la manipolazione percettiva dello spazio e delle dimensioni.
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